Emanuele Boni è il quarto interprete di @progettobiotecnologico. Abbiamo deciso così di completare il nostro percorso di conoscenza relativo a questo progetto che è animato da giovani studenti e ricercatori. In questa specifica circostanza, è emerso pure come sia necessario, dal punto di vista dei giovani studenti, allargare il collegamento che dovrebbe intercorrere tra il mondo degli studi e quello professionale.
Com’è nato il vostro progetto?
“Bevendo una birra sul Lungarno, durante una serata con amici e colleghi di biotecnologie. Ci siamo detti: “Quanto sarebbe bello se le persone sapessero almeno un po’ delle cose che noi studiamo ogni giorno sui libri. Ci sarebbe molta più consapevolezza nelle scelte, e molta più salute sia per l’uomo che per l’ambiente”. Allora abbiamo deciso di metterci in gioco in prima persona, cominciando a raccontare qualcosa su temi che erano e restano di grande attualità: vaccini e OGM”.
Su cosa vi concentrate?
“In progetto Bio[Tecno]Logico cerchiamo di spaziare su tutte le questioni di biotecnologie, biologia e salute che riteniamo importanti per la quotidianità delle persone. Io amo in particolare le applicazioni di componenti biologiche per la produzione di energia sostenibile. Possiamo usare gli abitanti del nostro pianeta per salvarlo!”.
Ci descrive il suo percorso professionale?
“Dopo il liceo scientifico ho intrapreso la triennale in biotecnologie presso l’università di Pisa, e ora sto completando il corso magistrale in biotecnologie molecolari. Nel frattempo sono stato allievo del settore di scienze agrarie e biotecnologie vegetali presso la scuola superiore Sant’Anna. Il mio prossimo passo è un dottorato in biologia sintetica presso l’università di Losanna, in Svizzera”.
Cosa ne pensa dello stato di salute della ricerca italiana?
“L’Italia ha un eccellente sistema universitario ed è ricca di talenti, quindi la qualità non manca. È affascinante vedere i progressi dei nostri centri di ricerca, soprattutto in campo medico. Tuttavia c’è ancora molto da fare, il nostro sistema è poco attrattivo per i ricercatori stranieri e spesso anche per i nostri. Penso servano più fondi, e un maggiore collegamento tra università e mondo aziendale”.
Come sta evolvendo la divulgazione scientifica?
“Ora la divulgazione ha i social network come principale metodo per raggiungere il pubblico, con vari pro e contro. Ad esempio, si può “diluire” argomenti complessi nel tempo, dando ogni giorno una piccola pillola, senza rischio di esagerare. Il problema è che spesso un utente ascolta a pezzi, e finisce per perdersi dei concetti importanti. Il lato più positivo è che l’interesse delle persone nei confronti dei concetti scientifici è, in generale, aumentato. Il lato più negativo è che la libertà di espressione sui social sfocia troppo spesso in una polarizzazione di temi complessi, con fazioni opposte che si attaccano senza ragionare o argomentare”.
Come si vede tra dieci anni?
“L’unica certezza è che sarò ancora nel mondo scientifico, forse all’interno dell’università oppure in un’azienda, forse dietro un bancone di laboratorio o magari dietro un microfono a fare divulgazione. Penso sia questo il bello della Scienza, “sperimentare il più possibile” diventa un modello di vita!”.


