Gabriele Valle ci racconta la vera storia del «falso banchiere» di Hitler. Con «El falso banquero de Hitler, la verdadera historia de Friedrich Schwend» (una biografia recentemente pubblicata in spagnolo da Universo de Letras, non ancora tradotta in altre lingue), lo scrittore italo-peruviano Gabriele Valle riporta alla luce una figura pressoché dimenticata, ma al centro di alcune delle più oscure operazioni del Terzo Reich e della successiva diaspora nazista.

Attraverso un’impressionante ricerca basata su carte d’archivio, sparse fra la Germania, gli Stati Uniti e il Perù, Valle ricostruisce l’incredibile parabola di Friedrich Schwend, un ingegnere tedesco trasformato in agente segreto, banchiere senza banca e uomo d’affari senza scrupoli.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Schwend fu protagonista dell’Operazione Bernhard, la più grande operazione di falsificazione di banconote mai realizzata, un’iniziativa del regime nazista per finanziare i suoi servizi segreti e per molti altri scopi.
Schwend, divenuto poi collaboratore dei nordamericani nel dopoguerra, riuscì a sfuggire alla giustizia italiana, che lo accusava della morte di un partigiano.
Si ricostruì una nuova vita in Sudamerica, dove fu implicato in traffici d’armi, contrabbando e legami con governi locali. Molto probabilmente fu coinvolto in un omicidio che scosse la coscienza dei peruviani.

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Gabriele Valle, nato a Lima nel 1968, è uno scrittore.
Si è formato in filosofia e ha spaziato in diversi ambiti, tra cui il giornalismo e la docenza.
È noto in Italia per il saggio «Italiano urgente: 500 anglicismi tradotti in italiano sul modello dello spagnolo» (Reverdito, 2016), arricchito dalla prefazione del celebre linguista Tullio De Mauro.
L’opera ha ricevuto ampi consensi, tra cui gli elogi di Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, ed è stata promossa dalla Società Dante Alighieri.
Autore premiato e divulgatore attento, Valle si distingue per la chiarezza, la profondità e l’originalità del suo approccio culturale. Vive in Trentino.

Con la storia del «falso banchiere di Hitler», Valle offre una biografia sorprendente e rigorosamente documentata, che fonde il ritmo del romanzo d’azione con la precisione dell’indagine storica, restituendo voce a una figura chiave ma trascurata del Terzo Reich e della sua eredità nascosta nel dopoguerra.
Questo libro non è soltanto la storia di un uomo; è uno sguardo disilluso, ma necessario, sulle ombre del Novecento e sul prezzo dell’impunità.

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Gabriele Valle all’archivio dell’Istituto Fritz Bauer di Francoforte. Nelle scatole, le carte di Schwend.


Prof. Valle, lei è nato a Lima, la stessa città in cui Friedrich Schwend (1906-1980) visse per molti anni, all’inizio sotto falsa identità. Questo legame geografico ha avuto un ruolo nella scelta del protagonista del suo libro?

«Sì, senz’altro. Nella capitale peruviana, nei primi anni settanta, un infido nazista tedesco si aggirava tra gli imprenditori locali, alcuni dei quali erano ebrei. Era Schwend, che cercava di ricattarli.
«Quarant’anni dopo un mio amico, Felipe Burstein, un ebreo peruviano, mi chiese di scrivere la storia del nazista. Felipe aveva raccolto una mole di carte d’archivio, ma non aveva dimestichezza con la penna. Nel 2014 morì.
«Qualche anno dopo io, con un finanziamento datomi dai suoi amici israeliti, mi imbarcai in una lunghissima ricerca, durata cinque anni.»

Schwend fu al centro dell’Operazione Bernhard, la più grande impresa di falsificazione della storia. Quali responsabilità ebbe nella gestione delle sterline false e come riuscì a smaltirle?

«Quando la guerra era in corso, i nazisti decisero di attuare una vasta operazione di contraffazione di sterline. In un campo tedesco di concentramento, quello di Sachsenhausen, vicino a Berlino, oltre un centinaio di operai ebrei furono costretti a produrre false sterline di altissima qualità.
«Ne produssero più di 130 milioni, che oggi sarebbero alcuni miliardi di euro.
«Le false banconote venivano distribuite da Castel Labers, una magnifica dimora storica di Merano. Schwend, per smerciarle, si serviva di agenti sotto copertura, tra cui dirigenti di banche e di aziende alberghiere.
«Con denaro falso, per esempio, i nazisti finanziarono l’operazione che portò alla liberazione di Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso. Per riuscirci, corruppero i responsabili della sorveglianza.»

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L’aspetto attuale di Castel Labers, a Merano (archivio: famiglia Irsara).


Nel libro racconta in dettaglio la fuga di Schwend attraverso la «via dei topi» fino al Sudamerica. Quanto era organizzata questa rete e quale fu il ruolo – oggi impensabile – di istituzioni come la Croce Rossa o ambienti ecclesiastici?

«La via dei topi fu un percorso creato dai militari nordamericani per favorire la fuga dei delinquenti nazisti che, dopo la guerra, avevano collaborato con i servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti. Lo Zio Sam teneva sotto occupazione la Germania.
«Rabbrividiva al pensiero che il comunismo russo potesse espandersi in Occidente. Per contrastare tale minaccia, contava su quei nazisti, prima in Europa poi nel Nuovo Mondo. La via dei topi partiva dalla Germania meridionale, attraversava le Alpi austriache e sboccava in Alto Adige.
«Una volta entrati in suolo italiano, una volta allontanatisi dalla giustizia, i delinquenti nazisti venivano aiutati a cambiare identità e a ottenere un lasciapassare. Erano assistiti da membri del clero cattolico e dalla Croce Rossa Internazionale. La via dei topi fu concepita come un corridoio verso l’impunità.
«Mengele e Barbie furono tra i criminali che ne trassero profitto; anche Eichmann e Priebke, l’assassino delle Fosse Ardeatine.»

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A Castel Labers, nel 1945, Schwend (terzo dalla destra) e i suoi uomini celebrano la Pasqua (Archivio: Luciano De Marchi).


Che attività svolgeva Schwend in Perù?

«Ufficialmente Schwend era un allevatore di polli. Aveva un’immensa fattoria alla periferia di Lima, nel quartiere di Santa Clara. Dietro l’allevamento, però, gestiva affari loschi. Schwend vendeva segreti, usava la corruzione, praticava l’estorsione.
«Era un ambiguo consulente di alti ufficiali della polizia e dell’esercito. Faceva affari con i nazisti tedeschi che erano disseminati nel mondo.
«Le armi furono la sua attività più redditizia. Il traffico di valuta estera fu la sua rovina. Negli anni settanta Schwend, tradito da un complice, finì dietro le sbarre per qualche anno.»

A Lima, Schwend si ritrovò legato a Klaus Barbie, il Boia di Lione. Come descriverebbe il loro rapporto e cosa ci può dire sul presunto coinvolgimento nell’omicidio dell’imprenditore italo-peruviano Luis Banchero Rossi?

«Mentre Schwend era in Perù, Barbie era in Bolivia. Schwend aveva ripreso il suo vero nome. Barbie non riprese mai il proprio. Si presentava come Klaus Altmann. Era giunto in Bolivia dichiarandosi apolide nato in Transilvania.
«Successivamente diventò cittadino boliviano. Schwend e Barbie erano amici e soci in affari. Negli anni sessanta fornivano armi ai governi e ne fornivano anche ai guerriglieri. Vendevano anche titoli diplomatici della Bolivia.
«In Perù, alla fine del 1971, il gigante della pesca industriale in Perù, Banchero Rossi, attraverso un fidato giornalista, smascherò Barbie e ne diede notizia a due agguerriti cacciatori di nazisti, i coniugi Klarsfeld, che dalla Francia iniziarono a braccarlo.
«Qualche giorno dopo Banchero Rossi fu ucciso da un sicario con inaudita brutalità. Tutte le piste conducono al vendicativo Barbie, che ordiva le sue trame contando spesso su Schwend.»

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Falsa banconota di cinquanta sterline – (Archivio: Luciano De Marchi).


Lei ha avuto accesso a documenti personali e fonti rare, ricostruendo una vicenda che sembrava perduta. 

«La fonte principe è stato l’archivio personale di Schwend. Nel 1972 un tribunale peruviano ne ordinò il sequestro. Dopo varie vicissitudini, molte carte del nazista finirono in Germania, presso due istituti di ricerca, uno ad Amburgo, l’altro a Francoforte sul Meno.
«Tra quelle carte ce ne sono molte che definirei radioattive, perché Schwend sapeva, o credeva di sapere, tutto di tutti, prima in Europa, poi nel Sudamerica. Non avrei voluto esumarle, ma, in nome della completezza della storia, non potevo farne a meno.
«Tuttavia, sulla veridicità degli scritti di Schwend non sono in grado di pronunciarmi. Penso che a volte Schwend sbagliasse o addirittura mentisse.»

Cosa l’ha colpito di più tra le carte di Schwend?
«Direi il Protocollo della Odessa (acronimo tedesco per Organizzazione degli ex membri delle SS). Il Protocollo è il verbale di un congresso tenutosi in Spagna nel 1965 dai vecchi commilitoni delle SS. Esprime le opinioni dei nazisti sugli Alleati e sullo Stato di Israele, al quale dichiarano guerra.
«L’Odessa ha fatto galoppare la fantasia dei romanzieri, primo fra tutti Forsyth. È avvolta nel mistero. È offuscata dal dubbio. Tuttavia, non oserei negare l’esistenza della Odessa. Né affermerei che il Protocollo è spurio.»

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Schwend nella sua fattoria di Lima nel 1963 – (Archivio: rivista Caretas).

Dopo questa indagine, che idea si è fatto di Schwend: era una spia, un truffatore, un affarista senza scrupoli o qualcosa di più complesso?
«Lei ha descritto molto bene il personaggio. Inoltre Schwend era sovente un doppiogiochista. Era anzitutto leale a sé stesso. Era odiato da molti. Era amato dalla sua cerchia. La figlia minore, che è rimasta in Perù, mi ha confessato che, per lei, suo padre sarà sempre su un piedistallo.»

Con il suo ultimo lavoro, Gabriele Valle firma un libro che inquieta e fa riflettere. Riporta alla luce pagine oscure della storia, restituendo voce ai fatti e memoria alle coscienze. Un invito lucido a non dimenticare il nostro passato.

Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
Gabriele Valle –valle.fabrizio@gmail.com

El falso banquero de Hitler (booktrailer): https://www.youtube.com/watch?v=DgRqGWZmLMI

© Riproduzione riservata – 02/08/2025