Cinque carri per la 69ª edizione tra ambiente, stelle e temi del presente. La giuria premia Mistón con “Dove finisce il riflesso inizia la vita”, davanti a Cuvée e Stravazadi

VERLA DI GIOVO – C’è l’acqua che dà vita ai vigneti, ci sono stelle e pianeti, una Luna gigantesca, uno specchio che rimanda all’immagine di noi stessi e persino una grande mano che muove uomini come marionette. Ma dietro le scenografie, i colori e l’ironia dei cinque carri allegorici che hanno attraversato Verla di Giovo c’è soprattutto il lavoro dei giovani della comunità, protagonisti della 69ª edizione della Festa dell’Uva.

Una sfilata che anche quest’anno ha trasformato le vie del centro in un palcoscenico, con il pubblico assiepato lungo il percorso, sui marciapiedi e persino sui balconi per osservare dall’alto il passaggio delle grandi costruzioni.

E proprio dall’alto si è potuto apprezzare quanto lavoro ci sia dietro ogni carro: strutture imponenti, costumi realizzati in sintonia con i temi scelti, trucchi, coreografie e decine di dettagli. Sono idee nate e sviluppate dai gruppi di giovani delle diverse realtà della comunità, che per arrivare alla sfilata hanno condiviso progettazione, lavoro manuale e molte ore trascorse insieme.

È forse questo uno degli aspetti più significativi della Festa dell’Uva. In un tempo nel quale una parte importante delle relazioni passa attraverso uno schermo, nel Comune di Giovo tanti ragazzi si ritrovano per costruire qualcosa insieme con le proprie mani. C’è chi disegna, chi dipinge, chi trova una soluzione meccanica, chi prepara i costumi e chi interpreta i personaggi. Il carro diventa così il risultato visibile di un lavoro collettivo e di uno spirito di appartenenza che va ben oltre la competizione.

Ad aprire la sfilata è stata la Banda Sociale Piccola Primavera, presenza tradizionale alla Festa dell’Uva e quest’anno al traguardo dei 130 anni dalla fondazione, avvenuta nel 1896. A guidarla è il maestro Nicolò Bertini. Sono protagonisti anche la regina dell’Uva Valeria Piffer e il re Mattia Rossi, accompagnati dalle damigelle.

Palù, con “Ogni calice racconta un paesaggio”, ha portato nel cuore del paese l’altra faccia del territorio cembrano, quella dell’acqua e della biodiversità. Ninfee, canneti, una gigantesca libellula e gli abitanti delle zone umide hanno composto una scenografia dominata dall’azzurro e dal verde. Il messaggio parte dalla consapevolezza che dietro ogni calice non ci sono soltanto vite e uva: ci sono acqua, suolo, roccia, clima e quell’equilibrio naturale dal quale dipende anche la qualità del territorio.

Con Cavezare la sfilata ha cambiato completamente registro. “Il dono delle stelle” ha giocato con la fantascienza e con una domanda provocatoria: e se l’uva fosse arrivata dallo spazio? Il gruppo ha immaginato un’antica visita extraterrestre in Val di Cembra e il dono ai contadini delle prime viti. Astronavi, suggestioni aliene e colori hanno così trasformato per qualche minuto le strade di Verla in uno scenario fantascientifico.

Ed è stato proprio uno degli elementi scenici a fare i conti con un ostacolo molto più terrestre: lo stretto portico di Verla. Per riuscire a superarlo, la struttura della navicella ha dovuto essere smontata e poi rimontata dopo il passaggio. Un imprevisto affrontato dai ragazzi durante la sfilata, diventato uno dei momenti più curiosi della giornata e anche una dimostrazione della complessità di portare costruzioni di queste dimensioni attraverso le vie del paese.

Il cielo è rimasto protagonista con gli Stravazadi e la loro “Alchimia lunare”. Una grande Luna ha attraversato il centro accompagnata da personaggi vestiti di nero, falci lunari, pianeti e trucchi ispirati al cosmo. L’allegoria ha raccontato il rapporto antico fra l’uomo, l’agricoltura e le fasi lunari, mescolando credenze contadine e folklore. Un legame che attraversa semina e raccolto e arriva fino al vino, con le tradizioni che attribuiscono alle diverse fasi della Luna un’influenza anche sui lavori in cantina.

Più introspettiva è la proposta di Mistón, “Dove finisce il riflesso inizia la vita”. Il mito di Narciso è diventato il punto di partenza per parlare della ricerca contemporanea della perfezione. Una grande cornice, lo specchio e i suoi frammenti, figure bianche e dorate hanno dato forma a un messaggio che prende esempio proprio dalla vite: contorta, irregolare, segnata da nodi e cicatrici, eppure capace di produrre il grappolo. Un invito a riconoscere nelle imperfezioni non qualcosa da nascondere, ma parte della propria storia.

Infine Cuvée, con “La Festa dell’Uva: un antidoto alla solitudine moderna”, ha riportato il discorso direttamente ai giovani e alla socialità. Al centro la FOMO, fear of missing out, la paura di essere tagliati fuori e di non partecipare a ciò che fanno gli altri. A questa forma di solitudine il gruppo ha contrapposto una risposta semplice: esserci davvero. Incontrarsi, lavorare, creare e condividere: esattamente ciò che accade nella preparazione della Festa dell’Uva.

Cinque temi molto diversi, accomunati dalla capacità di trasformare l’uva e la festa in una chiave per parlare anche del presente. E osservando i ragazzi sfilare nei costumi realizzati per l’occasione, accanto alle costruzioni alle quali hanno lavorato, il significato della giornata è andato oltre la gara.

La Festa dell’Uva conserva infatti una tradizione iniziata nel 1958, ma riesce a farlo affidandola ogni volta a una nuova generazione. È questo uno dei suoi valori aggiunti: offrire ai giovani uno spazio nel quale creatività, manualità, amicizia e senso di comunità possano incontrarsi. Non soltanto spettatori di una tradizione ricevuta dagli adulti, dunque, ma protagonisti chiamati a reinterpretarla con il linguaggio e le domande del proprio tempo.

Poi il verdetto della giuria. A vincere la 69ª sfilata dei carri allegorici è stato Mistón con “Dove finisce il riflesso inizia la vita”. Al secondo posto si è classificato Cuvée con “La Festa dell’Uva: un antidoto alla solitudine moderna”, mentre il terzo gradino del podio è andato agli Stravazadi con “Alchimia lunare”. Quarta posizione per Cavezare con “Il dono delle stelle” e quinta per Palù con “Ogni calice racconta un paesaggio”.

Si è chiusa così una sfilata che, al di là della classifica, ha restituito soprattutto l’immagine di una comunità capace di coinvolgere le nuove generazioni. Mentre i carri avanzavano fra due ali di pubblico, sullo sfondo i vigneti terrazzati della Val di Cembra, Verla ha mostrato ancora una volta come una festa di paese possa essere qualcosa di più di un appuntamento nel calendario: un’occasione per creare insieme, tramandare una tradizione e rafforzare il senso di appartenenza a una comunità.

Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
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