Un viaggio tra colori, materia e videoinstallazioni, tra padiglioni aperti e porte chiuse.

La 61ª Biennale racconta un mondo inquieto, sospeso tra guerre, ambiente, tecnologia e bisogno di ritrovare nuove forme di bellezza.

Ci sono luoghi nei quali si entra da visitatori e dai quali si esce portandosi dietro qualcosa che non si riesce subito a definire.

La Biennale di Venezia è uno di questi.

Ci sono stata lo scorso 27 agosto, in una giornata trascorsa tra i Giardini e l’Arsenale, attraversando idealmente Paesi, culture e modi profondamente diversi di intendere l’arte.

La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia porta un titolo che sembra già un invito a rallentare: In Minor Keys, “in tonalità minori”.

Ed è forse proprio questa idea delle tonalità minori a raccontare meglio ciò che ho provato durante la visita.

Viviamo in un tempo che sembra avere bisogno di gridare. Tutto deve essere immediato, visibile, spettacolare. Alla Biennale, invece, ci si può concedere il lusso opposto: fermarsi e guardare.

Non tutto è immediatamente comprensibile. Alcune opere sorprendono, altre incuriosiscono, altre ancora lasciano perplessi.

Davanti a certe installazioni mi sono chiesta anch’io quale fosse il loro significato.

Poi ho pensato che forse non è sempre necessario trovare una spiegazione.

Perché l’arte contemporanea chiede anche questo: disponibilità a lasciarsi sorprendere, interrogare e, qualche volta, persino disorientare.

Un mondo dentro Venezia

Camminare tra i padiglioni significa attraversare, nel giro di poche ore, Paesi, culture e sensibilità profondamente diverse.

Eppure, andando avanti, ci si accorge che alcuni temi ritornano quasi ossessivamente: l’inquinamento, la distruzione del pianeta, il rapporto sempre più difficile tra uomo e natura, la guerra, la confusione della società contemporanea, l’identità, la solitudine.

E, almeno questa è stata la mia impressione, emerge talvolta persino una sorta di esaurimento dell’arte, quasi la difficoltà di trovare linguaggi ancora nuovi per raccontare un mondo che sembra diventato esso stesso difficile da interpretare.

Alcune performance mi hanno particolarmente colpita proprio per la loro provocazione: una donna nuda immersa in una vasca d’acqua, un’altra figura su una moto all’interno di una piscina. In quel caso non era consentito fotografare: rimanevano soltanto ciò che avevi visto, la sensazione del momento e l’interpretazione che decidevi di darne.

È anche questa la Biennale: opere che non spiegano necessariamente se stesse, ma affidano a chi guarda la libertà di cercarne un significato.

Molte esposizioni scelgono videoinstallazioni, immagini digitali, suoni e proiezioni. Linguaggi capaci certamente di creare ambienti suggestivi e coinvolgenti.

Eppure, personalmente, sono stati soprattutto i padiglioni nei quali ho ritrovato la materia, il colore e il lavoro delle mani a lasciarmi qualcosa.

La ricchezza delle cose semplici

Mi ha colpito, per esempio, il Padiglione dell’India, con i suoi fiori e i suoi materiali semplici, capaci di richiamare, almeno ai miei occhi, quell’idea di arte povera nella quale ciò che apparentemente vale poco acquista valore attraverso la creatività.

Ed è nata spontaneamente una riflessione.

Forse proprio i Paesi che siamo abituati, troppo superficialmente, a definire “poveri” riescono talvolta a mostrarci una forma diversa di ricchezza.

Una ricchezza fatta di materiali, colori, manualità, tradizioni e capacità di trasformare ciò che si possiede.

Mentre una parte del mondo tecnologicamente più avanzato affida sempre più spesso l’arte a schermi, immagini digitali e videoinstallazioni, altrove resistono le mani, la materia, il colore.

Non significa che una forma d’arte sia migliore dell’altra. Ma il contrasto si percepisce e fa pensare.

Forse la ricchezza artistica non dipende dai mezzi che si hanno a disposizione, ma dalla capacità di trasformare anche le cose più semplici in un linguaggio universale.

Il peso di una bambola

Molto particolare anche il Padiglione del Giappone, con le sue bambole.

All’ingresso viene affidata al visitatore una bambola del peso di circa cinque chili da portare con sé durante il percorso: un gesto semplice che invita a riflettere sul peso, anche fisico, della responsabilità di crescere un figlio.

Una bambola appartiene al nostro immaginario più semplice, quello dell’infanzia. Ma quando viene sottratta al gioco e trasformata in esperienza artistica assume improvvisamente un significato diverso.

È uno di quei casi nei quali l’opera non si limita a essere guardata: chiede al visitatore di partecipare e di provare una sensazione.

Una porta chiusa e una porta aperta

Poi ci sono immagini che vanno oltre l’arte.

Al momento della mia visita ho trovato chiuso il Padiglione di Israele.

Quello della Russia, pur nella sua essenzialità, era invece aperto.

Due situazioni diverse, naturalmente, che non possono essere ridotte a un confronto semplicistico. Eppure, da visitatrice, quella porta chiusa e quella porta aperta mi hanno inevitabilmente fatto pensare.

Perché fuori dalla Biennale, mentre noi camminiamo tra opere e installazioni, le guerre continuano.

Ci sono uomini, donne e bambini che non osservano il conflitto attraverso un’opera d’arte o uno schermo, ma lo vivono ogni giorno.

In un luogo nel quale tante nazioni si incontrano attraverso la cultura, anche un’assenza diventa qualcosa che si nota.

L’arte non ferma le guerre e non risolve i conflitti. Ma può ricordarci ciò che sta accadendo e costringerci, almeno per qualche istante, a non voltarci dall’altra parte.

E così anche una porta chiusa, nel contesto di una Biennale, può trasformarsi involontariamente in un’immagine potente:

un vuoto che parla.

L’Italia: forse potevamo dire di più

Naturalmente ho visitato anche il Padiglione Italia, con Con te con tutto di Chiara Camoni: un insieme di figure a grandezza umana nelle quali elementi vegetali, oggetti e materiali diversi si mescolano dando vita a presenze quasi arcaiche.

Non posso dire, però, che sia stato il padiglione che mi ha maggiormente entusiasmata.

È una considerazione assolutamente personale, perché l’arte contemporanea vive anche delle differenti sensibilità di chi la osserva.

Ma proprio davanti al nostro Padiglione mi sono posta una domanda.

Noi italiani abbiamo davvero moltissimo da raccontare.

Viviamo in un Paese che ha fatto dell’arte una parte della propria identità. Abbiamo alle spalle secoli di pittura, scultura, architettura, artigianato, creatività e bellezza. Ma abbiamo anche un presente complesso e contraddittorio, pieno di storie, trasformazioni e temi sui quali riflettere.

Forse proprio per questo mi sarei aspettata qualcosa capace di sorprendermi maggiormente e di lasciare un segno più forte.

Non è una bocciatura. È semplicemente la sensazione di una visitatrice.

Abbiamo così tanto da dire che, forse, avrei voluto sentirlo con una voce un po’ più forte.

Ma va bene anche così.

La Biennale è bella proprio perché permette a ciascuno di costruire il proprio percorso e di uscire da un padiglione pensando: questo mi ha emozionato, questo meno.

L’arte, del resto, non pretende necessariamente consenso.

Lo specchio del nostro tempo

Alla fine della visita resta una sensazione.

Video, suoni, schermi, proiezioni, ambienti immersivi, materiali poveri, oggetti quotidiani trasformati in opere.

Linguaggi diversissimi che sembrano però convergere sulle stesse inquietudini.

E allora viene spontaneo chiedersi: l’arte contemporanea sta raccontando la confusione del nostro tempo o ne è diventata essa stessa lo specchio?

Forse entrambe le cose.

Cambiamento climatico, inquinamento, distruzione delle risorse, guerre, disuguaglianze, isolamento dell’uomo: la Biennale sembra restituirci un pianeta fragile e un’umanità alla ricerca di nuovi equilibri.

E in mezzo a tanta tecnologia, paradossalmente, tornano ad avere forza le cose più semplici.

Un fiore.

Un tessuto.

Una bambola.

Un oggetto trasformato dalle mani di qualcuno.

La materia riesce ancora a sorprenderci.

Poi si esce dalla Biennale.

E fuori c’è Venezia.

Quasi un’opera d’arte che non ha bisogno di essere esposta.

L’acqua, i ponti, le calli, i palazzi che sembrano emergere dalla laguna, le barche che attraversano lentamente i canali e quella luce particolare che cambia continuamente il colore delle cose.

Dopo ore trascorse tra installazioni e linguaggi contemporanei, ritrovarsi davanti alla bellezza antica di Venezia crea un contrasto straordinario.

Da una parte l’arte che cerca continuamente nuovi linguaggi.

Dall’altra una città che da secoli continua a parlare senza bisogno di cambiare voce.

E forse, dopo una giornata alla Biennale, nasce inevitabilmente una domanda:

abbiamo davvero bisogno di inventare continuamente nuove forme per raccontare la bellezza?

Non conosco la risposta.

So soltanto che Venezia, ancora una volta, sembra possederla.

Il mio 27 agosto

C’è infine una piccola nota personale.

Quel 27 agosto era anche il giorno del mio compleanno. Chi mi conosce sa che non amo festeggiarlo e ho preferito trascorrerlo così: nella cultura, nella libertà di guardare, pensare, scoprire e semplicemente svagarmi.

Una scelta che rifarei.

Perché, alla fine, questo è ciò che mi porto a casa dalla Biennale 2026: non la necessità di aver compreso tutto, ma il privilegio di aver attraversato, in poche ore, tanti modi diversi di guardare il nostro tempo.

Alcuni mi hanno emozionata, altri incuriosita, altri ancora lasciata perplessa.

Ed è forse proprio questo il compito dell’arte: non dirci necessariamente cosa dobbiamo pensare, ma continuare a darci qualcosa a cui pensare.

Cliccando sul link è possibile accedere alle fotografie delle opere della Biennale di Venezia 2026 e ripercorrere, attraverso le immagini, alcuni dei momenti e delle suggestioni raccontati in questo articolo.

https://www.nadiaclementi.it/biennale-di-venezia-2026/

@Nadia – Pensieri