A mio fratello Livio, che oggi avrebbe 65 anni ❤️
Perché ci sono persone che il tempo porta lontano dagli occhi, ma mai dal cuore.

Ogni anno, puntuale, arriva il tuo compleanno.

Arriva il 22 agosto e io, inevitabilmente, penso agli anni che avresti avuto. Alla persona che saresti diventato. Alla vita che avresti vissuto accanto a noi.

Oggi avresti compiuto 65 anni.

Nei miei ricordi, invece, ne hai ancora diciannove.

Il tempo ha continuato il suo cammino per tutti noi. Tu sei rimasto là, fermo, giovane per sempre, con il tuo sorriso e una vita appena cominciata.

Sono passati 45 anni dalla tua morte.

Eppure ci sono ricordi che il tempo non riesce a toccare.

Il mio torna sempre a una sera.

17 gennaio 1981, ore 19.20.

Avevo sedici anni.
Tu, diciannove.

Quella sera eri a letto con l’influenza. Mamma era ricoverata in ospedale e io mi ero occupata della cena per te e per papà.

Ti portai il piatto in camera.

Prima di uscire ti chiesi se potevo mettere il tuo maglione marrone. A me faceva quasi da vestito, sopra i leggings che si usavano allora.

Mi rispondesti semplicemente:

«Sì, sì, vai pure.»

Ero felice.

Scesi le scale e incontrai i tuoi amici, Luciano Scaramuzza e Luciano Enrici. Stavano salendo a trovarti.

Li salutai, dissi loro che eri in camera e continuai per la mia strada.

Era sabato sera.

Avevo sedici anni e la vita mi sembrava un tempo senza confini.

Non potevo sapere che stavo lasciando alle mie spalle l’ultima volta in cui vi avrei visti vivi.

Un’ora dopo, intorno alle 20.20, tutto era già accaduto.

Tu, Luciano e Luciano eravate sull’Alfasud e stavate attraversando il ponte sull’Adige. Avevate la precedenza.

Dalla direzione opposta un’altra automobile impegnò ugualmente il ponte. I suoi pneumatici, più larghi della sagoma della vettura, urtarono la vostra auto.

Bastò quell’urto.

L’Alfasud precipitò dal ponte, nelle acque gelide dell’Adige.

Non avevate fatto nulla per provocare quella tragedia.

Rimaneste intrappolati nell’abitacolo, nel buio, senza una via d’uscita.

Tu sapevi nuotare.

Ma quella notte, nell’acqua gelida di gennaio, non ci fu scampo.

Tre ragazzi.
Tre amici.
Tre vite spezzate in pochi istanti.

E mentre tutto questo accadeva, io non sapevo nulla.

Continuavo la mia serata di ragazza di sedici anni.

E avevo ancora addosso il tuo maglione marrone.

Questa è forse la cosa che ancora oggi mi stringe il cuore.

Mentre tu non c’eri già più, io portavo inconsapevolmente qualcosa di te addosso.

Come se la vita, senza che potessi saperlo, mi avesse lasciato il tuo ultimo abbraccio.

La mattina seguente mi svegliò il pianto disperato di papà.

Un pianto che non avevo mai sentito.

In casa c’era nostro zio.

Con lui, i tuoi stivaletti camperos, ancora inzuppati dell’acqua del fiume.

Quell’immagine non mi ha più lasciata.

Gli stivali.
L’acqua.
Le lacrime di papà.

Prima ancora che qualcuno trovasse le parole per dirmelo, avevo capito.

Non saresti più tornato.

Poi restano soltanto frammenti.

La casa piena di gente. La confusione. La disperazione.

Le lacrime di papà, dei fratelli Giuliano e Silvana, già sposata e in attesa di un figlio.

E mamma.

Mamma era in ospedale.

Da lì dovettero accompagnarla al funerale di suo figlio.

Ci sono dolori che dividono la vita in due:

un prima e un dopo.

Per anni ho faticato a sedermi sul sedile posteriore di un’automobile.

Pensavo a te, là dietro.

All’acqua gelida.
Al buio.
A quella terribile trappola senza via d’uscita.

Ma oggi è il tuo compleanno.

E nel giorno in cui sei venuto al mondo non voglio ricordarti per come sei morto.

Voglio ricordarti per come hai vissuto.

Voglio tornare indietro, molto prima di quella notte.

Ai nostri pochi giochi da bambini, che a noi fratelli bastavano per inventare un mondo intero.

Alle risate in casa.

A te che cantavi e ballavi con mamma.

Alle piccole cose di una famiglia che allora sembravano normali e che oggi darei qualsiasi cosa per poter rivedere anche soltanto per un minuto.

Eri un ragazzo solare.

Allegro.

Amico di tutti.

Eri mio fratello.

E forse è questa la cosa più difficile da spiegare quando si perde qualcuno così giovane.

Gli altri vedono una fotografia e vedono un ragazzo di diciannove anni.

Io guardo quella fotografia e vedo tutto quello che c’era intorno.

Vedo casa nostra.
Vedo la nostra infanzia.
Sento le nostre voci.
Vedo mamma.
Vedo papà.
Vedo noi.

Vedo una famiglia quando ancora nessuno sapeva quanto sarebbe mancato, un giorno, essere tutti insieme.

In questi quarantacinque anni mi sono interrogata tante volte sul senso della vita.

Sulla morte.

Sulla fatalità.

Sul destino.

Facciamo progetti. Pensiamo al domani. Rimandiamo una telefonata, un abbraccio, una parola.

Crediamo di avere tempo.

Poi, a volte, basta un istante e la vita prende una strada che nessuno aveva scelto.

Non so perché accadano certe cose.

Forse alcune risposte non ci appartengono.

Ho compreso soltanto quanto siamo piccoli davanti al mistero della vita e della morte.

Eppure dentro di me è rimasta una speranza.

Che la morte non sia la fine di tutto.

Mi piace pensare che tu sia in un luogo più bello.

Che tu abbia ritrovato papà.

E soprattutto mamma, che ha portato dentro di sé il dolore immenso di averti perduto così giovane.

A volte vi immagino proprio come allora:

mamma che canta
e tu che balli con lei.

Chissà dove.

Ma insieme.

E forse ci sono anche Luciano e Luciano.

Ancora ragazzi.
Ancora amici.

Liberi, finalmente, da quella notte.

Oggi sono madre anch’io.

E forse soltanto diventando madre ho compreso davvero ciò che a sedici anni potevo soltanto intravedere negli occhi di mamma.

Perdere un figlio è un dolore troppo grande per il cuore di una madre.

Quando guardo i miei tre figli penso anche a lei.

E penso a quanto spesso viviamo come se il tempo fosse una certezza.

Non lo è.

Per questo, figli miei, se un giorno leggerete queste parole, vorrei che ricordaste ciò che la vita ha insegnato, troppo presto, a quella ragazza di sedici anni che ero:

amatevi adesso, perché il tempo non ci è promesso.

Cercatevi.

Abbracciatevi.

Perdonatevi.

Ditevi che vi volete bene.

Non lasciate a domani le parole che possono essere dette oggi.

Perché quando tutto il resto passa, ciò che rimane è l’amore che siamo riusciti a darci.

E oggi, Livio, nel giorno del tuo compleanno, torno ancora una volta a quelle 19.20.

Per un istante non sono più la donna che sono oggi.

Sono di nuovo tua sorella.

Ho sedici anni.

Sono sulle scale con il tuo maglione marrone addosso.

Tu sei ancora nella tua camera.

Mamma tornerà dall’ospedale.

Papà non ha ancora pianto quelle lacrime.

Siamo ancora tutti noi.

Se potessi entrare per un solo istante dentro quel ricordo, questa volta non scenderei subito quelle scale.

Tornerei indietro.

Entrerei nella tua camera.

Ti guarderei un po’ più a lungo.

Ti abbraccerei.

E ti direi tutte quelle cose che a sedici anni non si pensa di dover dire a un fratello, perché si è convinti che ci sarà sempre un domani per farlo.

Ma il tempo non torna indietro.

Mi resta la tua voce:

«Sì, sì, vai pure.»

Allora erano parole qualunque.

Oggi sono tra le parole più preziose della mia vita.

Sono il punto esatto in cui finisce il ricordo di noi insieme e comincia la nostalgia.

Buon compleanno, Livio.

Oggi avresti 65 anni.

Mi domando come saresti oggi. Se avresti ancora lo stesso sorriso. Se avresti i capelli bianchi. Se saresti diventato padre, forse nonno. Quante cose avremmo ancora avuto da raccontarci.

Non lo saprò mai.

Ma una cosa la so.

Il ragazzo di diciannove anni che eri non è scomparso con te quella notte.

È rimasto in noi.

Nel ricordo di chi ti ha voluto bene.

Nella nostra famiglia.

E in quella parte del mio cuore dove il tempo non è mai riuscito ad arrivare.

Per questo oggi non voglio vederti nel buio di quel fiume.

Ti voglio nella luce.

Con il tuo sorriso.

Con mamma che canta.

Con papà accanto.

E tu, finalmente, senza più freddo, senza più paura, senza più tempo.

In quel luogo che non conosco, ma nel quale mi piace credere che un giorno ci ritroveremo tutti.

E forse allora, dopo una vita intera, potrò finalmente dirti ciò che quella sera non ti dissi: ti voglio bene.

Diciannove anni per sempre.🎂

Livio Clementi
22 agosto 1961 – 17 gennaio 1981 

Per non dimenticare 💕🙏

@Nadia – Pensieri