A dieci anni dalla sua scomparsa, il ricordo di una vicina di casa che entrò nella mia vita e in quella dei miei figli, diventando parte della nostra famiglia

Com’è strana la vita! Quando pensi che niente e nessuno potrà più sconvolgere il tuo animo, ecco che ti regala persone capaci di costringerti a rimetterti in gioco.
Nel 2001 ci trasferimmo nella nuova casa.
Non potevo immaginare chi avrei incontrato dall’altra parte della strada.
Era una bella giornata di primavera e un sole tiepido indugiava sulle vetrate.
Aprii le finestre e sentii un intenso profumo provenire dal giardino della villetta di fronte.
Fra le piante appena fiorite intravidi i capelli bianchi di una signora anziana, ricurva su se stessa, che passeggiava a piccoli passi sorretta da un bastone.
Era la signora Aida.
Quella notte dormii poco pensando alla mia mamma, scomparsa ormai da qualche mese.
Cresceva in me il desiderio di conoscere quella donna.
Sentivo, inspiegabilmente, che aveva qualcosa di importante da raccontarmi.
Il giorno seguente decisi di bussare alla sua porta.
Aida era lì, sull’uscio. Sembrava quasi mi stesse aspettando, pronta ad accogliermi con affetto nella sua casa.
All’inizio mi intimoriva un po’ la sua voce squillante e severa, con quell’accento tedesco.
Era nata a Bolzano e lì era cresciuta, lì aveva studiato. Il tedesco era la lingua della sua infanzia, e le era rimasto addosso anche dopo il trasferimento a Trento.
Anni dopo, leggendo i suoi quaderni, avrei ritrovato la stessa nettezza nella calligrafia.
Allo stesso tempo mi sorprendeva, nonostante l’età, la lucidità della sua mente.
Bastarono pochi discorsi per rendermi conto che per lei il passato era ancora presente.
Le stanze raccontavano da sole la sua vita: ovunque oggetti provenienti da luoghi lontani, fotografie, ricordi. Avrei voluto trascorrere ore ad ascoltarla, ma Aida quelle ore le aveva già affidate ai suoi diari: grandi quaderni a quadretti, ognuno dedicato a un luogo e a una storia diversa.
Pagine e pagine scritte con una calligrafia scorrevole e ordinata, dalle quali emergevano la sua cultura e la sua sensibilità.
In uno di quei diari descriveva la gioia di aver conosciuto Madre Teresa di Calcutta a Nairobi, nell’agosto del 1985, durante il 43° Congresso Eucaristico Internazionale, al quale partecipò anche Papa Giovanni Paolo II.
Aida l’aveva fotografata e, guardando quello scatto, l’aveva paragonata a una delle sette meraviglie del mondo.
«Così piccola nel suo sari, così grande nelle sue opere, faceva tenerezza e voglia di abbracciarla», raccontava.
Nei suoi quaderni compariva anche Annalena Tonelli, la volontaria italiana che dedicò gran parte della propria vita agli ultimi e fu uccisa il 5 ottobre 2003 a Borama, in Somaliland.
E poi le testimonianze dei villaggi, dei bambini malati e abbandonati.
Ma chi era veramente la signora Aida?
Dalla lettura dei suoi quaderni traspariva l’anima di una donna che aveva sentito forte il richiamo di vivere accanto a chi aveva più bisogno.
Figlia di genitori benestanti, aveva studiato, si era sposata, aveva costruito a Trento un’esistenza che sembrava già scritta.
A un certo punto l’aveva lasciata, per dedicare tempo, capacità e risorse alle popolazioni più povere. Lo capii dai suoi diari: a spingerla così lontano era stata la perdita di un figlio, un dolore che non l’aveva mai davvero lasciata.
Girò il mondo tra una missione e l’altra, contribuendo alla costruzione di pozzi, scuole e ospedali in Sudafrica, Etiopia, Kenya, Mozambico, Brasile, Cile e Perù, fino all’Amazzonia.
Lavorò come infermiera nelle periferie più dimenticate, fra malati e abbandonati, assumendosi il rischio del contagio e affrontando con coraggio i pericoli di territori difficili.
Aida era così: coraggiosa, generosa, semplice, altruista – testimonianza di un passato vissuto tra sofferenza, gioia e amore.
Ho pianto leggendo i suoi diari. Mi sono persino vergognata, pensando a una realtà dominata dagli interessi personali ed economici:
Aida la felicità l’aveva trovata esattamente dove nessuno la cerca, tra i poveri.
A lei voglio dedicare questo pensiero.
Cara dolce Aida, sono felice di averti conosciuta.
Il tuo sorriso, la tua saggezza, le tue storie umanitarie e le tue parole di conforto hanno saputo dare un senso anche a un momento difficile della mia vita.
Mi hai accolta nella tua casa come una figlia. In te ritrovavo il calore materno che mi mancava dopo la scomparsa della mia mamma.
Con te ho pianto: leggevamo insieme e ci raccontavamo stati d’animo veri.
Ti guardavo con infinito orgoglio, pensando a te, che avevi messo a rischio la tua vita per il bene degli altri.
Nonostante la sofferenza, eri sempre lì ad aspettarmi e non ti lamentavi mai.
Era bello vederti felice davanti a una pietanza che ti piaceva o per un po’ di compagnia.
Vivevi da sola, nonostante le difficoltà di movimento.
Il deserto, la giungla e la vita ti avevano resa audace e valorosa, forte come quei leoni della savana che descrivevi nei tuoi diari di viaggio.
E poi c’erano i miei figli, allora bambini. Per loro eri diventata semplicemente Nonna Aida.
Non serviva essere parenti perché tu diventassi, per noi, un esempio.
Sono felice che abbiano potuto conoscere una donna come te e respirare, attraverso i tuoi racconti, il valore della solidarietà.
Sono cresciuti, e mi piace pensare che qualcosa del tuo esempio sia rimasto anche dentro di loro.
Sei arrivata in un momento difficile e hai saputo darmi forza.
Mi hai ricordato quanto sia importante affrontare le difficoltà, perdonare e continuare a credere nel bene.
Ho trovato in te cose che non pensavo più di poter trovare.
Perché là dove c’eri tu l’amore diventava tutto: il cielo entrava nel cuore, una lacrima arrivava all’anima e il tempo sembrava fermarsi.»
Gli anziani sono la radice di una storia personale e collettiva e, insieme, il filo che la trasmette.
La memoria può indebolirsi, i movimenti rallentare, ma l’esperienza, la sensibilità e il sapere accumulati nel corso degli anni non perdono il loro valore.
Nonna Aida ne è stata per me una straordinaria testimonianza. Dietro quella donna dai capelli bianchi, ricurva e sorretta da un bastone, c’era un mondo intero: l’Africa, l’Amazzonia, i bambini, gli ospedali, i pozzi, i villaggi, Madre Teresa e Annalena Tonelli. C’era l’amore, quello vero.
Nonna Aida ci ha lasciati il 4 gennaio 2016, ma ciò che mi ha insegnato è rimasto.
Sono trascorsi dieci anni.
Oggi i miei figli sono uomini, ma per noi Aida continua a essere la donna speciale che entrò nella nostra vita quasi per caso e riuscì a diventare famiglia senza esserlo per sangue.
E quando ripenso a quella lontana giornata di primavera e a quel profumo proveniente dal suo giardino, mi piace pensare che non fosse stato proprio un caso.
Dietro quella porta mi aspettava un regalo della vita.
La mia Nonna Aida. Una nonna per amica.
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
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