Ci sono violenze che non lasciano lividi sulla pelle. Ma possono lasciare ferite profonde nell’anima.

Questa mattina mi sono fermata davanti a una sedia vuota.
Sopra, un paio di scarpe rosse. Accanto, delle rose.
Ho scattato una fotografia.
Poi ho continuato a guardarla.
Perché quelle scarpe, improvvisamente, mi hanno riportata molto lontano.
A una donna che ero stata.
Anch’io avevo creduto nella favola.
Nel matrimonio, nella famiglia, nei figli, in quella casa felice che da ragazza immagini possa durare per sempre. Il mio piccolo sogno da Mulino Bianco: semplice, forse ingenuo, ma vero.
Pensavo che l’amore bastasse.
Poi un giorno la favola si è rotta.
E ho scoperto che esiste una violenza che non sempre si vede.
Non ha necessariamente il rumore di uno schiaffo.
Può vivere nelle parole, nel silenzio, nella paura, nell’umiliazione, nel sentirsi continuamente sbagliata. Può toglierti lentamente sicurezza, serenità, perfino la capacità di riconoscere la donna che eri.
Io quella violenza psicologica l’ho conosciuta.
Poi è arrivata la separazione.
Sono rimasta sola, con tre bambini piccoli, mentre intorno a me cadeva il sogno della famiglia che avevo immaginato.
E quando una favola finisce, nessuno ti racconta cosa succede dopo.
Cenerentola perde la scarpetta e, nella fiaba, arriva qualcuno a cercarla.
Nella vita vera non sempre arriva un principe.
A volte devi chinarti da sola, raccogliere le tue scarpe e ricominciare a camminare.
Io l’ho fatto.
Non subito.
La libertà non è arrivata in una notte, allo scoccare della mezzanotte.
È stata una strada lunga.
Anni in salita.
Giorni nei quali pensavo di non farcela e altri nei quali bastava un piccolo passo per capire che stavo andando avanti.
Ho avuto paura.
Ho sofferto.
Sono caduta.
Ma ho continuato a camminare.
Anche quando non vedevo ancora la cima.
Oggi guardo queste scarpe rosse e penso alle donne che non possono più indossare le proprie.
Ma penso anche a quelle che ci sono ancora.
A quelle che sorridono mentre dentro stanno crollando.
A quelle che hanno paura di parlare.
A quelle che credono di non avere una via d’uscita.
E penso alla donna che ero io.
Vorrei poter tornare da lei per dirle soltanto:
continua a camminare.
La strada sarà lunga.
Perderai molte cose.
Ma, passo dopo passo, ritroverai quella più importante:
te stessa.
Perché forse la libertà non è arrivare in un luogo dove non soffriremo mai più.
È poter scegliere finalmente la propria strada senza avere paura.
Questa mattina ho fotografato un paio di scarpe rosse.
E ho capito che, per me, raccontano anche questo:
Le scarpe di Cenerentola non servono per aspettare un principe.
Servono per camminare.
E, qualche volta, per salvare noi stesse.
@Nadia – Pensieri



