STORIE DI DONNE SEPARATE.
Testimonianze di donne che hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza della separazione.
Le donne, subito dopo la separazione, vivono diversi stati d’animo interiori, la maggior parte dei quali sono sensi di delusione, di abbandono, di fallimento.
Trascorsi i tempi di adattamento e consolidamento alla nuova situazione, per alcune ritorna la voglia di divertirsi, di sentirsi belle, importanti, serene e perché no anche predisposte a innamorarsi di nuovo.
C’è anche una serie di donne che da questa esperienza trae la forte consapevolezza di ciò che vuole dalla vita e soprattutto ciò che merita, donandogli una maggiore forza interiore e una decisa voglia di assaporare la vita non solo come desiderio ma in fondo anche come diritto elementare di ognuno.
Ogni separazione, divorzio, delusione d’amore fa storia a sé per quanto riguarda i particolari, ma i problemi di fondo sono simili: grandi cicatrici da sanare e un immenso vuoto d’affetto da colmare.
Quando una donna e un uomo decidono di sposarsi, sono convinti che il loro patto d’amore sia eterno, e non pensano a quello che potrebbe loro succedere.
Per questo, se succede, si trovano impreparate.
Con il primo matrimonio e con una famiglia avviata, nulla sarà mai più come prima. Sarà meglio? Peggio? Dipende molto da ognuno di noi e dal partner che se ne va. E come se ne va.
Certo è che, nel bene o nel male, si arriva impreparati a questo imprevedibile giro di boa della vita.
Di seguito alcune testimonianze, verosimili, di donne con nomi di fantasia, abbandonate al loro destino.
Claudia 40 anni, separata da due.
In questo mondo nessuno ha più tempo! Non si ha tempo per se stessi, né per rilassarsi né per godersi la vita. Non c’è più tempo per amare.
Da quando mio marito mi ha lasciata ho ripreso a lavorare. Ho due 2 figli che hanno tanto bisogno di me, e per stare il più possibile con loro ho rinunciato quasi totalmente alla mia vita privata.
Quando i ragazzi sono col padre, colgo l’occasione per sbrigare tutte le faccende di casa. Corro tutto il giorno, dal lavoro alla scuola, alle attività extra scolastiche, riunioni, impegni quotidiani…
La sera sono talmente stanca che sento solo il bisogno di coricarmi. Non trovo né il tempo né le forze per uscire in pizzeria con le amiche.
All’inizio mi sembrava di impazzire e continuavo a pensare che l’unico mio desiderio fosse quello di trovare un uomo per dare di nuovo un senso alla mia vita. Ma alla fine ho capito che prima di tutto avrei dovuto ritrovare me stessa.
Laura, 35 anni.
Sono separata dall’estate scorsa. Ho una bambina di 6 anni affidata a me, il padre la vede quando è libero. Lavoro tutto il giorno e il tempo libero che mi rimane è dedicato a mia figlia.
A seguito della separazione tutti gli amici in comune sono scomparsi, chi si è giustificato e chi è semplicemente sparito.
Spesso mi ritrovo qui a pensare cosa potrei (o dovrei) fare. Non cerco storie ma solo un po’ di compagnia per passare un pomeriggio diverso, tutti mi dicono che all’inizio è cosi, che dovrei crearmi degli impegni, ma sinceramente non so da che parte cominciare.
Trascorro le serate al computer, in chat, alla ricerca di nuove amicizie. Facebook è un ottima fonte di sopravvivenza per chi come me vuole trascorrere qualche ora in compagnia.
Si chatta, illudendosi di non essere più soli, semplicemente liberi di poter esprimere i propri sogni. In realtà ci si apre soltanto perché tutelati dall’anonimato e da un schermo asettico che ci separa dall’altra persona.
Un esercito di sognatori reali, spenti da una realtà virtuale che non si fa mai concreta… sempre illusi di essere coinvolti in amori che per quanto possibili restano improbabili. Comunque sfuggono alla costanza e all’impegno di condividere una reale esperienza di vita, che è quello che in realtà si sta andando a cercare.
Si spazia da vittime innocenti a pazzi pervertiti, senza soluzione di continuità.
Una realtà diffusa in questa società che non permette più di avere delle normali relazioni sociali.
E così, quando si spegne il PC, la solitudine ritorna come prima. Peggio di prima.
Giorgia, 40 anni.
Mio marito è andato via di casa un anno fa, a seguito di una crisi che personalmente non avevo percepito. Buio assoluto.
Ho fatto di tutto per tenere unita la famiglia. Sembrerà banale, ma… lo amavo.
Fatto sta che nonostante il dolore per la separazione, da me assolutamente non voluta, il mio primo pensiero è andato ai figli. Evidentemente il problema era solo mio, visto che il suo nuovo modo di comportarsi manifestava solo un forte desiderio di chiudere in fretta per rifarsi un’altra vita, incurante dei sentimenti di chi invece aveva creduto nell’amore eterno.
Dalla mia drammatica esperienza ho capito che prima di arrivare a una separazione legale sarebbe giusto imporre dei percorsi terapeutici per entrambi.
Purtroppo chi ne avrebbe più bisogno (colui che lascia), nel caso di separazioni conflittuali, non sempre lo accetta. Ha solo fretta di andarsene.
Alla fine non rimane che discutere e litigare, e chi ne trova vantaggio sono solo gli avvocati che, diciamolo chiaramente, soffiano sul fuoco: a noi sembra che vogliano spegnerlo, in realtà lo tengono vivo, più o meno come nel film commedia “La guerra dei Roses”.
Michela, 50 anni.
Mi sono separata nel 2005 con rito consensuale. Mio marito doveva corrispondere mensilmente l’assegno per il mantenimento mio e per i nostri figli che vivono con me.
Due mesi dopo la separazione sono venuti a mancare anche i miei genitori e mi sono ritrovata sola.
Molte volte mio marito non pagava l’assegno mensile e spesso non sapevo come pagare l’affitto di casa. Ci sono stati giorni di forte sofferenza, spesso dovevo razionare anche le spese alimentari.
Nel frattempo cercavo un lavoro, impresa davvero ardua. Ho inviato curriculum dappertutto, ho fatto il giro di tutte le agenzie interinali, ma purtroppo avevo capito che per l’età ero fuori gioco. Ho contattato numeri telefonici da internet, ma dietro questi annunci si nascondevano spesso uomini intenzionati a conoscere donne per loro scopi sessuali o sentimentali.
Ora lavoro occasionalmente presso le famiglie che hanno bisogno di assistenza e qualche ora di pulizia in casa.
Questa la mia vita fatta di rinunce e solitudine.
Paola, 48 anni.
La nostra era una bella famiglia, la domenica stavamo tutti assieme, il sabato sera spesso andavamo al ristorante, al cinema, dagli amici, nel nostro piccolo trascorrevamo una vita semplice e serena.
Poi, purtroppo, il matrimonio si è incrinato per una serie di problemi.
Dopo un brutto periodo di sofferenza, grazie all’aiuto di amici e familiari, sono riuscita a trovare un equilibrio per ridare un senso alla mia vita. Ora comprendo che non tutto succede solo per caso.
Mi sento felice, ho trovato un compagno e i miei figli hanno compreso quanto sia più bello vivere in ambienti diversi ma sereni.
Normalmente le persone che si separano (sposate o conviventi) passano attraversano tre distinti periodi: il periodo della “sopravvivenza“, durante il quale vivono alla giornata facendo i conti con lo shock della separazione e la rabbia; il periodo della ”convalescenza“, in cui subentra l’analisi di se stessi e si fanno progetti.
E infine subentra il periodo della “ricostruzione” nel quale si impegnano a rifarsi una vita. Una buona parte di copie separate riescono a trovare i giusti equilibri, e approfittano della situazione per farne un’opportunità di crescita emotiva e culturale riuscendo a vivere meglio di prima.
Altre, purtroppo, trovano troppe difficoltà per riportare tutto come prima.
Silvia 55 anni.
La mia vita matrimoniale è stata tempestata da una grande sofferenza.
Quando conobbi mio marito eravamo solo due ragazzini ignari di tutto ciò che sarebbe potuto accadere. A 18 anni ci sposammo e all’inizio era tutto bello.
Dopo alcuni anni di sacrifici, abbiamo raggiunto una buona stabilità economica e, per assurdo, da quel momento tutto cominciò ad andare per il verso sbagliato.
Cominciarono i tradimenti, le liti, le botte.
L’alcolismo s’impadronì della nostra famiglia. Lui cominciò a bere e divenne violento, non solo con me, anche con mia figlia.
Fui costretta a chiedere la separazione, perché la vita diveniva ogni giorno sempre più insostenibile.
La nostra è stata ed è una separazione giudiziale. In questi anni non ho visto un centesimo, nonostante il giudice abbia assegnato a me e a mia figlia un congruo assegno di mantenimento essendo il mio ex un libero professionista con una reale capacità economica da poter sostenere tranquillamente il mantenimento degli obblighi familiari.
Sono stata costretta a riprendere in mano la mia vita e ricominciare da zero.
Ho dovuto fare sia da padre che da madre a mia figlia. Ci sono riuscita con tanto coraggio e forza di volontà, ma la cosa che mi fa ancora male dentro è che in questi anni il padre non ha mai cercato sua figlia.
Resta l’amarezza che nonostante il numero delle separazioni aumenti sempre più, ancor oggi ci sono donne che subiscono in silenzio la violenza e la ferocia del marito; donne che hanno paura di reagire, paura di poter tornare finalmente a vivere.
Marcella, 46 anni.
Io rispetto ad altre donne sono stata fortunata, perché ho un buon lavoro e quindi non devo lottare per il mantenimento.
Il mio ex marito non è stato mai un buon marito ma è sempre stato un buon padre.
Mio figlio ha 13 anni, risente della situazione ma avendo un affidamento congiunto ed essendo i genitori delle persone “quasi civili” proviamo a non far pesare troppo la situazione al bambino.
Adesso ho paura, non per me, ma per mio figlio poiché il mio ex marito sta per diventare nuovamente padre e mi auguro che sia talmente “maturo” da sapere sostenere entrambe le situazioni, perché per mio figlio sono disposta a fare di tutto.
Ci siamo separati di comune accordo, perché ci siamo accorti di non amarci più, ma una cosa è certa: mio figlio non deve pagare per i nostri errori.
Lucia, 53 anni.
Durante i miei 15 anni di matrimonio, non ho mai sentito vicino mio marito.
Essendo un uomo in carriera, stava spesso fuori casa. La mia vita trascorreva nella consueta routine e sopportavo in silenzio. Mi chiedevo perché mai ci fossimo sposati!
Finché un giorno lo trovai a letto con un’altra. Finalmente ebbi il coraggio di reagire e di sentirmi libera. Era giunto il momento di comprendere quanto fosse piacevole sentirsi amate veramente.
Queste alcune storie, fra tante, di donne separate, libere di amare ma prigioniere e vittime di situazioni che difficilmente permettono loro di vivere e amare serenamente.
Donne che sono state abbandonate a cinquant’anni da un marito dalla doppia anima, che si finge disoccupato o addirittura vittima pur di non dare un centesimo alla moglie o ai figli.
Donne che devono riprendere la loro vita in mano e, con coraggio ma con tantissima dignità, devono affrontare la propria vita e dare un futuro ai propri figli, per la semplice ragione che il marito non ha smesso solo di fare il marito ma, cosa ben più grave, di fare il padre.
Troppe sono le storie da raccontare sia di donne ma anche di uomini che hanno subito lo stress di una separazione. In molti di questi casi nel loro vocabolario hanno cancellato le parole Amore, Rispetto, Lealtà, sostituendole con Odio, Disprezzo, Egoismo, rovinando così non solo la propria vita ma anche la vita dei propri figli che devono vivere e pagare gli sbagli dei propri genitori.
Colpevoli, questi figli, di essere nati da un amore sbagliato.
Alla luce dei fatti, mi sento di dire che i separati, uomini e donne, non sono altro che una nuova generazione di oggi, gente che cerca in qualche modo di ritrovare la dignità perduta a causa di un compagno o di una compagna che ha rovinato gli anni più belli della propria vita.
La vita, dopo una separazione, è difficile sia per gli uomini che per le donne; ma forse per queste ultime lo è ancora di più.
E il perché presto detto: gli uomini si sentono più giovani e mediamente preferiscono far fronte alla solitudine con nuove avventure. È così che donne over 40 si ritrovano improvvisamente sole (a volte anche smarrite, disorientate) al termine di un periodo che può essere paragonato al lutto (purtroppo al fine di una storia viene definita così).
Per le donne non è facile ricominciare a vivere e costruirsi una nuova vita. Se poi ci sono dei figli, tutto diventa molto più complicato.
Certo rimettersi in gioco può far paura e comunque è anche faticoso: arrivati a una «certa età» si diventa più selettivi, più pessimisti, o peggio ancora non si crede nelle proprie capacità.
La parola d’ordine deve essere «pensare positivo». Facile a dirsi ma difficile da mettere in pratica quando si ha appena passato un periodo che ti ha fatto pensare di aver fallito.
Il tempo, il coraggio, il forte desiderio di credere che non tutto sia perduto, devono trasformare quella che si pensava una sconfitta, in una valida occasione di rivincita personale, nella consapevolezza di una libertà tutta da scoprire e perché no da godere in armonia in primis con se stessi.
Nadia Clementi



