L’analisi di Lorenzo Kamel, professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Torino e docente alla LUISS School of Government
fotografia di Fabrizio Travaglio
Il Medio Oriente torna a imporsi come uno dei principali banchi di prova dell’ordine internazionale, in una fase storica segnata da conflitti aperti, escalation militari e fragilità diplomatiche sempre più evidenti.
Le crisi in corso non rappresentano soltanto emergenze regionali, ma riflettono una trasformazione più profonda degli equilibri globali, in cui le categorie tradizionali della politica internazionale appaiono sempre meno sufficienti a interpretare la realtà.In questo quadro, la figura di Donald Trump continua a esercitare un’influenza che va oltre il perimetro della sua esperienza presidenziale. Il suo linguaggio diretto, la ridefinizione delle priorità strategiche e una visione esplicitamente orientata all’interesse nazionale hanno contribuito a modificare non solo le scelte politiche, ma anche il modo stesso di concepire le relazioni internazionali. Le sue prese di posizione sulle crisi in atto si inseriscono in una narrazione che privilegia logiche di forza, negoziazione e convenienza, sollevando interrogativi sulla tenuta degli assetti multilaterali costruiti nel secondo dopoguerra. Più che un semplice ritorno, quello di Trump appare come un possibile fattore di accelerazione di tendenze già in corso: la ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti e il passaggio verso un ordine internazionale sempre più fluido e competitivo.
Per comprendere il fenomeno trumpiano abbiamo contattato Lorenzo Kamel è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Torino e docente alla LUISS School of Government. Studioso di riconosciuto profilo internazionale, ha dedicato le sue ricerche ai processi storici e politici del Medio Oriente, alle dinamiche post-coloniali e alle trasformazioni dell’ordine globale. Autore di numerosi saggi e pubblicazioni scientifiche, è tra le voci più autorevoli nel dibattito contemporaneo sui rapporti tra Occidente e mondo mediorientale.
Alla luce della sua analisi storica, come si colloca la politica estera di Donald Trump nel quadro delle relazioni internazionali contemporanee: rappresenta una reale discontinuità o una rielaborazione di dinamiche già presenti?
«Entrambe le cose. Rappresenta una continuità, ad esempio, nel modo di rapportarsi ai regimi. Si pensi al fatto che tra il 1946 e oggi l’Egitto è il secondo beneficiario di aiuti statunitensi al mondo.
«Al-Sisi – e il discorso vale per molti altri dittatori in Medioriente e altrove – non rappresenta l’Egitto. Ogni movimento popolare che in Medioriente ha invocato la democrazia parlamentare dal 1876 è stato contrastato da diversi paesi occidentali: dall’Egitto di Urabi all’Iran di Mossadeq, dall’Algeria nel 1991 a decine di altri esempi.
«Quando milioni di persone nella regione si sono ribellate a questi regimi, diversi paesi sulle due sponde dell’Atlantico e i loro alleati – a cominciare dall’Arabia Saudita – sono riusciti a impedire che ci fosse un’alternativa ad essi.
«I regimi sono utili in quanto garantiscono stabilità, ovvero controllo. Ciò premesso, Trump rappresenta anche una discontinuità. Tra molto altro, si pensi a quando, alcune settimane fa, ha minacciato di cancellare un’intera civiltà, quella iraniana.
«Come ben sa ogni storico delle atrocità, non esiste qualcosa come sono solo parole. Quelle parole, che hanno pochi precedenti, contribuiscono a sdoganare l’odio a tutti i livelli della società, ben oltre i confini degli Stati Uniti.»
In che modo l’approccio «America First» ha inciso sulla credibilità internazionale degli Stati Uniti e sugli equilibri tra alleati e rivali?
«Trump sta avendo un ruolo fondamentale sia nell’indebolimento delle destre che nel fare luce sui doppi standard che caratterizzano larga parte dei rappresentanti politici europei. Un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno e Trump sembra confermare ciò.
«Fatta questa premessa, Trump e il suo approccio sono il sintomo di qualcosa di più strutturale, che era nell’aria già da tempo. Nel 1989 Janet Abu-Lughod scrisse che l’epoca dell’egemonia europea/occidentale sarebbe stata sostituita dal ritorno a un relativo equilibrio tra molteplici centri [di potere], che era riscontrabile nel sistema mondiale del XIII secolo.
«Predisse in altre parole alcune delle dinamiche che sono oggi sempre più visibili in diverse parti del mondo.»
Tutti sanno che i dazi danneggiano sia chi li applica che chi li subisce. Trump non può non sapere che i 150 miliardi recuperati con i dazi sono pagati dai suoi concittadini. E allora la sua logica su cosa si basa?
«Il protezionismo di Trump non ha ridotto il deficit commerciale di Washington ma ha introdotto una certa irrazionalità nell’economia mondiale.
«Trump concepisce i dazi come un’arma diplomatica da utilizzare contro i partner commerciali che non si piegano alla sua visione dell’economia e del mondo.
«D’altro canto, la priorità di Pechino è attraversare la presidenza Trump senza una grande guerra commerciale o altre escalation.
«Quanto ai leader europei, molti di essi pensano o sperano che una volta terminata l’amministrazione Trump il genio rientrerà nella lampada. Difficilmente sarà così.»
Guardando al Medio Oriente, quali sono state le conseguenze più rilevanti delle scelte trumpiane, in particolare rispetto alla questione israelo-palestinese?
«Le autorità di Washington auspicavano che l’assassinio di Khamenei avrebbe fatto collassare il regime iraniano. Non solo ciò non è accaduto, ma l’amministrazione Trump sta anche deludendo ampiamente i suoi alleati nel Golfo Persico.
«Trump concentra i sistemi di difesa missilistica su Israele, Giordania e Mediterraneo, lasciando gli stati del Golfo Persico esposti. I falsi amici, secondo un vecchio proverbio scozzese, sono sovente peggiori dei nemici giurati.
«Quanto allo specifico contesto israelo-palestinese, la questione va ricondotta a dinamiche già visibili nel primo mandato presidenziale di Trump. Stando all’accordo promosso nel 2019 dall’amministrazione Trump, la nascita di un eventuale Stato palestinese, privo di sovranità in quanto non titolare della gestione del suo spazio aereo e dei suoi confini, sarebbe stata vincolata al verificarsi di determinate condizioni, in larga parte vessatorie per i palestinesi.
«Affinché tali condizioni potessero verificarsi, l’amministrazione Trump aveva promesso ai palestinesi aiuti per 50 miliardi di dollari. Questo stesso approccio manageriale è visibile nel board of peace, dal quale è scaturito un accordo che congela anziché risolvere il conflitto. Rende Gaza sufficientemente abitabile da evitare l’indignazione globale, ma la rende sufficientemente controllata da rimanere strategicamente gestibile.
«Più nello specifico, ciò che resta di Gaza è stato posto sotto il controllo esclusivo di Trump per due anni. Il presidente statunitense la sta governando attraverso un organismo, appunto il board of peace, i cui membri sono nominati da Trump stesso. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza che ha recepito le richieste di Trump non fa alcun accenno a precedenti risoluzioni dell’ONU o a precedenti accordi israelo-palestinesi. Ad esempio, gli accordi di Oslo nei quali era stato messo nero su bianco che Gaza e la Cisgiordania formano un’unica unità territoriale.
«Mentre la risoluzione 476 del 1980 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sottolineò che l’acquisizione di territorio con la forza è inammissibile e ribadì la necessità assoluta di porre fine alla prolungata occupazione dei territori arabi occupati da Israele dal 1967, compresa Gerusalemme.
«Si trattava di un semplice appello al ritiro, senza riferimento ad alcuna condizione. Ciò che stiamo vedendo, grazie in primo luogo proprio alle politiche di Trump, va nella direzione opposta: rafforza la separazione tra Gaza e la Cisgiordania, e previene la possibilità che l’Autorità Nazionale Palestinese possa avere un qualsiasi ruolo a Gaza.»
Quando è stato il momento in cui si è stati più vicini alla pace in Medioriente?
«Agli inizi degli anni Novanta, quando James Baker fece la voce grossa con Netanyahu, al tempo rappresentante permanente di Israele all’ONU, vincolò gli aiuti finanziari a Israele a ciò che definì la fine dell’obiettivo di creare una grande Israele. E alla rinuncia agli insediamenti. Erano i tempi dell’amministrazione Bush padre e quelle pressioni e minacce portarono alla fine del governo di Shamir e alla salita al potere di Rabin.
«Da allora molto è cambiato ma Netanyahu resta l’unico primo ministro israeliano, dagli anni Settanta a oggi, a non aver mai portato a termine un qualsiasi tipo di accordo – di pace o di altro tipo – con i palestinesi.
«Quanto a Trump, ha sostenuto che diversi paesi hanno stupidamente riconosciuto lo Stato palestinese. E ha chiarito, tra molto altro, di riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan.»
La NATO non precede l’istituto dell’estromissione di un paese membro. E allora come si permette a dire che «butterà fuori la Spagna»?
«La NATO è da sempre percepita da Washington come uno strumento a proprio uso e consumo. Trump non fa eccezione, ma ha introdotto una visione più transazionale rispetto ai suoi predecessori, incentivando gli alleati a comprare tecnologie prodotte negli USA, ma con obiettivi di fondo simili.
«Vale la pena ricordare che durante l’ultima guerra mondiale, tra il 1939 e il 1945, larga parte del mondo era in fiamme, eccezion fatta per gli Stati Uniti, le cui principali infrastrutture erano (e sono) poste in relativa sicurezza tra due oceani: anche per questo Washington riuscì ad assurgere nel dopoguerra a potenza globale egemone, sia pur affiancata dall’Unione Sovietica e dal suo espansionismo autoritario.
«La Nato, nelle parole del suo primo segretario generale, Hastings Lionel Ismay, nacque nel 1949 per tenere fuori l’Unione Sovietica, dentro gli americani e sotto i tedeschi.
«Il ruolo dei paesi europei, con l’Italia in prima linea, apparve sin da subito chiaro a molti dei nostri padri costituenti, nonché ad alcune figure chiave del tempo.
«Parlando alla Camera dei Deputati, in data 18 marzo 1949, Piero Calamandrei notò – nel contesto della frattura socialista legata al rapporto con il PCI – che un patto militare [la Nato], anche se difensivo […] trasforma gli Stati europei in satelliti di uno dei blocchi e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea di eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico.
«Nove giorni più tardi (27 marzo), Sandro Pertini, pur senza esprimere alcuna preferenza per l’una o l’altra superpotenza, si pronunciò nella stessa Camera per sottolineare che il Patto Atlantico è uno strumento di guerra […] porterà in sé le premesse di una nuova guerra e non le premesse di una pace sicura e duratura.
«Quanto a Enrico Berlinguer, il futuro segretario del Partito Comunista Italiano analizzò la democrazia dimezzata dei paesi occidentali, sottolineando che questo Patto Atlantico presentato come scudo di libertà ha tollerato per anni la Grecia fascista, il Portogallo fascista. Oltre al Portogallo (al tempo del regime protofascista di António Salazar), tra i membri fondatori della Nato figurava anche il Belgio, la Francia (compresa l’Algeria francese), i Paesi Bassi e il Regno Unito: tutti paesi a capo di imperi coloniali.»
Perché Trump si lamenta che gli alleati della Nato non lo aiutano nella guerra con l’Iran. Ma la Nato prevede l’intervento solo in caso che un membro venga aggredito, In questo caso l’aggressore è Trump. E allora perché insiste tanto?
«Perché crede nella legge del più forte, non nel diritto internazionale, né alle regole della diplomazia internazionale. Ma ciò spesso genera risultati controproducenti.
«Pensiamo ad alcune delle dinamiche innescate proprio dall’attacco all’Iran. Trump sta dando vita a un blocco del loro blocco.
«Invece di aprire uno stretto, rischia di vederne chiudere anche un secondo, ovvero quello di Bab el-Mandab, che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano e che è cruciale per l’Arabia Saudita. Ha una funzione di via alternativa ad Hormuz per il petrolio e interessa circa il 12 percento del commercio mondiale.»
Secondo lei perché ha attaccato il papa? Non capiva che avrebbe sollevato una reazione negati anche dai suoi?
«La sua base elettorale più conservatrice tende ancora a difenderlo e Trump punta da sempre alla polarizzazione: dalla sua prospettiva, dividere l’opinione pubblica è un obiettivo da perseguire piuttosto che un’eventualità da scongiurare.»
Quale potrebbe essere, nel medio-lungo periodo, l’eredità più duratura del cosiddetto trumpismo» nel sistema delle relazioni internazionali?
«Il Trumpismo è già in fase calante ed è improbabile che abbia un futuro. Forse non scomparirà, ma si sta già evolvendo in una forma di potere tecno-nazionalista, come dimostra il fenomeno Palantir, che impone una pervasiva infrastruttura di controllo sia militare che civile mai vista prima.
«Alcune organizzazioni internazionali parlano di un rischio di technofascismo: quel che è certo è che l’idea di un potere coercitivo basato sul software incarna l’antitesi dei valori per i quali si sono battuti i nostri padri fondatori e le nostre madri fondatrici dopo gli anni bui dei totalitarismi.»
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
Lorenzo Kamel
Professore Ordinario Università degli Studi di Torino / LUISS School of Government
Nuovo: Israele-Palestina (Giulio Einaudi editore)
Out now: History Below the Global. On and Beyond the Coloniality of Power in Historical Research(Routledge)
Recent book: The Middle East from Empire to Sealed Identities (Edinburgh University Press)



