Dove la medicina incontra l’umanità.

Ci sono luoghi che siamo abituati a immaginare senza averli mai realmente vissuti. La sala operatoria è uno di questi.
Quando ho avuto la possibilità di trovarmi lì, dietro le quinte, ho provato un’emozione difficile da raccontare.
Entrare in quel mondo significa improvvisamente comprendere quanta vita, quanta responsabilità e quanta dedizione si nascondano dietro una porta che per noi pazienti e familiari rimane quasi sempre chiusa.
Luci, strumenti, apparecchiature.
Tutto sembra avere un posto preciso.
Ma ciò che mi ha colpita più di ogni altra cosa sono state le persone.
Medici, chirurghi, anestesisti, infermieri e professionisti che lavorano spesso lontano dai riflettori.
Persone che studiano per anni, continuano ad aggiornarsi, affrontano decisioni difficili e portano sulle proprie spalle una responsabilità enorme.
Mentre noi aspettiamo fuori da quella porta, magari con paura, qualcuno dall’altra parte sta mettendo a disposizione tutto ciò che sa per noi.
Ed è forse questo uno degli aspetti della medicina che più mi affascina: la competenza quando diventa servizio verso un altro essere umano.
La mia rubrica di interviste ai medici e alle persone che hanno attraversato la malattia nasce proprio da qui.
Dalla curiosità, certamente, ma soprattutto da una domanda che mi accompagna da tempo: “Io, nel mio piccolo, come posso aiutare?”
Non sono un medico e non posso curare una malattia.
Posso però ascoltare.
Posso fare domande.
Posso raccontare storie.
Posso cercare di avvicinare le persone alla conoscenza e, soprattutto, posso dare spazio a quelle esperienze capaci di accendere una speranza quando tutto sembra diventare più difficile.
Perché quando arriva una diagnosi, improvvisamente cambiano le priorità.
Cambiano le giornate, le parole, persino il significato del tempo.
Ed è proprio allora che abbiamo bisogno della medicina, ma anche dell’umanità.
Per questo desidero dedicare il mio tempo anche ai medici che lavorano in silenzio, lontano dalla notorietà, senza bisogno di essere celebrati.
Voglio conoscere le loro storie, capire che cosa li abbia portati a scegliere questa professione, quali sacrifici comporti e che cosa provino quando davanti a loro non c’è semplicemente un caso clinico, ma una persona che affida loro la propria vita.
E voglio continuare ad ascoltare anche chi la malattia l’ha incontrata sulla propria strada.
Perché la voce dei pazienti può insegnarci moltissimo: sulla paura, sul coraggio, sulla fragilità e sulla capacità sorprendente dell’essere umano di ricominciare.
Quel giorno, dietro le quinte di una sala operatoria, ho pensato a tutto questo.
Ho pensato a quante persone lavorano mentre noi non le vediamo.
A quante mani preparano, controllano, intervengono e assistono.
A quanta scienza sia necessaria per salvare una vita e a quanto cuore serva per scegliere di dedicare la propria alla cura degli altri.
Forse non possiamo conoscere il nome di tutti coloro che un giorno potrebbero prendersi cura di noi.
Ma possiamo ricordarci che esistono.
Ed è a loro che voglio rivolgere la mia curiosità, le mie domande e il mio tempo.
Perché prima o poi, direttamente o attraverso qualcuno che amiamo, tutti abbiamo bisogno di incontrare persone capaci di unire conoscenza, responsabilità e umanità.
Tutti abbiamo bisogno, qualche volta nella vita, di angeli specializzati.
Ed io ho scelto di raccontarli.
Ho scelto di cercare le loro storie, di ascoltare le loro voci e di far conoscere ciò che fanno ogni giorno, spesso lontano dai riflettori.
Ma soprattutto ho scelto di provare a dare speranza a chi quella speranza la sta cercando e, magari, non sa ancora dove trovarla.
@Nadia – Pensieri



