La forza del dialogo per capire e per prevenire gli effetti del male oscuro della nostra epoca.

Ci sono temi che richiedono coraggio per essere affrontati. Non tanto per la loro complessità, quanto per la vulnerabilità che evocano.
Parlare di depressione e di prevenzione del suicidio significa guardare in faccia una realtà che spesso preferiamo tenere ai margini, ma che tocca da vicino moltissime persone – famiglie, amici, colleghi, giovani e adulti.
Proprio per questo, iniziative come quella che si terrà a Trento il 19 novembre alle ore 18:00 presso il Palazzo della Fondazione Caritro, rappresentano un momento prezioso di ascolto e condivisione.
L’evento, dal titolo «Depressione in un mondo in corsa», propone un dialogo aperto tra professionisti e cittadini per comprendere meglio le dinamiche di un disagio diffuso ma ancora troppo spesso sommerso.
A condurre la conversazione sarà Wilma Di Napoli, psichiatra e referente per il Trentino di EDA Italia Onlus, nonché figura di riferimento del progetto provinciale di prevenzione al suicidio «Invito alla vita».
Con lei dialogherà Loredana Ascione, docente e scrittrice, autrice del libro «Scintille nella notte», un racconto che, attraverso la parola, trasforma il dolore in consapevolezza e in possibilità di rinascita.
Ad arricchire l’incontro ci saranno le voci di chi, da prospettive diverse, incontra ogni giorno le sfumature della fragilità e della resilienza:
Alessandro Magnolo, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Trento;
Patrizia Galvagni, avvocato e presidente del Consiglio di Gestione di Fondazione Caritro;
Giovanni De Pretis, presidente dell’Ordine dei Medici di Trento;
Tiziana Rossi, dirigente scolastica dell’Istituto Buonarroti di Trento;
Herman Zadra, direttore artistico e regista.
Insieme, proveranno a rispondere a una domanda tanto semplice quanto urgente: come può una comunità prendersi cura delle proprie ferite invisibili?
Un invito al confronto.

Nel corso dell’incontro, la dott.ssa Wilma Di Napoli condividerà riflessioni sulle sfide che il territorio Trentino incontra nella prevenzione del suicidio, e sulle strategie più efficaci per coinvolgere la cittadinanza in un percorso di solidarietà attiva. Per stimolare il dialogo, le rivolgiamo due domande:
Quali sono, oggi, le principali difficoltà nel riconoscere precocemente i segnali di disagio psicologico, soprattutto tra i giovani?
«Penso sia possibile avere difficoltà nel riconoscere il disagio, negli adulti come nei giovani, quando questo è camuffato, magari nascosto sotto una maschera di apparente benessere e competenza.
«Molti, specie tra i giovani, temono di mostrare le loro debolezze, e di essere così etichettati e discriminati (“non voglio che pensino che sono uno sfigato”).
«Molti si dicono a disagio pensando che possano mettere in ansia o procurare un dispiacere ai propri genitori, e non sono pronti a subirne le conseguenze.
«In altri casi si fa fatica a distinguere quelle che sono modalità psicologiche ed emotive normali dell’adolescente e del giovane adulto, spesso connotate da impulsività, ipersensibilità, estremizzazione.
«E così spesso dopo la morte di un giovane si resta spaesati, intontiti, con mille interrogativi e dubbi, non avendo colto particolari difficoltà, se non quelle che ci si aspetta nella vita di tutti giorni.
«In altre situazioni i segnali di disagio sono più evidenti, e vengono colti, perché magari il ragazzo tende a diradare i suoi impegni, a scegliere di non uscire, a mostrare fatica anche nel frequentare contesti sociali e scolastici. Magari diventa più cupo e pensieroso, triste, cala il rendimento scolastico. Un primo problema può essere la differenza di percezione che può nascere tra scuola e famiglia, e la necessità di fare dialogare queste due realtà.
«Un altro scoglio può essere non sapere come aiutare, da che parte cominciare. A volte si sceglie il silenzio, per la paura di non saper gestire il malessere, o anche per il timore di causare ulteriori ferite.
«Nel silenzio però le paure e le sofferenze psichiche spesso si ingigantiscono. Per questo motivo il progetto di prevenzione provinciale Invito alla vita ha da sempre inteso promuovere il dialogo e l’ascolto.
«La prevenzione passa infatti sempre dalla relazione e dall’ ascolto dell’altro.»
Quanto conta la rete – tra famiglie, scuole, istituzioni e servizi sanitari – nel costruire una reale cultura della prevenzione?
«Una rete di questo tipo costituisce lo snodo cruciale di una vera ed efficace campagna di prevenzione. Quando parliamo di disagio giovanile siamo di fronte difatti a fenomeni troppo complessi per pensare che una sola azione o un solo attore possano operare in modo incisivo.
«Allargare invece il focus, lavorando nella dimensione scolastica e sanitaria, coinvolgendo la famiglia e i giovani stessi, offre la possibilità di agire in termini realmente preventivi. In particolare, credo sia importante pensare ad accrescere le conoscenze e competenze nella scuola così come nelle famiglie sul tema, per poter affrontare questa complessità con più strumenti.
«Una rete ben funzionante consente di indentificare meglio i segnali precoci di disagio e può condividere sforzi e strategie per farvi fronte, anche favorendo un accesso più valido ai servizi sanitari. Nello stesso tempo credo sia fondamentale valorizzare le qualità emotive e relazionali che non sono solo patrimonio dei professionisti.
«Promuovere metodi come il supporto tra pari e l’auto aiuto nella scuola e per le famiglie può risultare una strategia efficace e sostenibile, che andrebbe potenziata a scuola, magari col supporto di campagne educative e sociosanitarie. Invito alla vita promuove questo tipo di aiuto, e sostiene anche il progetto Tra di Noi youngle Trento, una chat sviluppata da giovani esperti di comunicazione, dedicata ai giovani, dove è possibile esprimersi liberamente senza temere il giudizio o la critica, cercando sollievo nella condivisione.»

La scrittrice Loredana Ascione, invece, offrirà uno sguardo intimo e letterario su come la scrittura possa diventare uno strumento di cura, portando alla luce emozioni che spesso restano imprigionate nel silenzio. Per approfondire il suo percorso e la sua visione, le proponiamo due domande.
In che modo il processo creativo del suo libro «Scintille nella notte» l’ha aiutata a trasformare l’esperienza della sofferenza in un messaggio universale di speranza?
«Scrivere “Scintille nella notte” è stato per me un viaggio nell’animo. Ho voluto raccontare il buio senza nasconderlo, cercando di capire cosa resta quando tutto sembra mancare. La scrittura mi ha aiutato a dare un nome alle emozioni, a metterle in ordine, a comprenderle più a fondo, rendendole più vere anche per me stessa. Con questo libro non ho cercato consolazione, ma comprensione. Attraverso le storie e i personaggi ho scoperto che il dolore, quando viene accolto e condiviso, può diventare un ponte verso gli altri.
«La narrativa, per me, è proprio questo: un modo per restituire umanità alle esperienze, per trasformare ciò che ferisce in qualcosa che unisce e illumina.
«Ogni racconto del libro nasce da un’emozione reale, da un frammento di vita osservato o vissuto. Nel terzo racconto del libro ho voluto raccontare quel malessere silenzioso che spesso accompagna gli adolescenti, quel sentirsi soli anche in mezzo agli altri.
«Luisa, Isabella, Marco, Luca e gli altri personaggi rappresentano proprio questo intreccio di fragilità e di forza che abita ogni essere umano. Ciascuno di loro attraversa la sofferenza, ma trova, nel confronto con l’altro, una via per risalire, per ritrovare un senso.
«Nel processo creativo ho scoperto che scrivere non significa soltanto raccontare, ma ascoltare profondamente: ascoltare sé stessi, gli altri, la vita che scorre attorno. La scrittura diventa così una forma di resistenza e di speranza, un modo per dire che anche nella notte più scura può nascere una scintilla di luce.
«Le scintille, del titolo, rappresentano i piccoli gesti che salvano: un sorriso, una parola detta al momento giusto, una mano tesa. Sono gli abbagli di umanità che permettono di ritrovare la fiducia nella vita.
«Per questo considero Scintille nella notte non solo un libro di racconti, ma un messaggio universale di rinascita, un invito a non arrendersi mai, a credere che anche dal dolore possa nascere bellezza.
«La speranza non è un dono che arriva dall’esterno: è una forza che ciascuno può risvegliare dentro di sé, e la scrittura è il suo linguaggio più autentico.»

Secondo lei, la letteratura può ancora essere uno spazio di ascolto autentico per chi vive un disagio emotivo?
«Assolutamente sì. Credo che la letteratura sia, da sempre, uno degli spazi più puri di ascolto e di libertà. Un libro accoglie senza giudicare, apre porte interiori, permette a chi soffre di ritrovarsi nelle parole di qualcun altro e di non sentirsi più solo.
«Quando si legge, si entra in un dialogo silenzioso con l’autore, ma anche con sé stessi: si scopre che il dolore che credevamo solo nostro appartiene, in realtà, a molti. E in questa condivisione silenziosa nasce la guarigione.
«In “Scintille nella notte” ho voluto che ogni racconto fosse un luogo di incontro e di ascolto. Nel terzo racconto, lo stesso che accompagna questo convegno al quale sono stata invitata a partecipare dalla dottoressa Wilma Di Napoli, che ringrazio sinceramente per avermi coinvolta in questo dialogo a più voci, affronto i temi delicati della depressione e del suicidio.
«Luisa, una madre attenta e coraggiosa, comprende che per aiutare sua figlia Isabella e i suoi amici deve prima imparare ad ascoltarli davvero. Isabella, come molti adolescenti di oggi, vive la confusione del mondo digitale, dove tutto è visibile ma poco è reale.
«L’esperto, insieme a Luisa, mostra ai ragazzi un video toccante: la storia di una giovane che, schiacciata dalla vergogna e dalla pressione per la diffusione online delle proprie foto, sceglie di togliersi la vita. È un momento duro, ma necessario, perché invita a riflettere sul potere e sui rischi della rete, sull’impatto che le parole e le immagini possono avere sulle persone più fragili.
«Marco e il suo amico Luca rappresentano la forza dell’amicizia, quel legame profondo che può diventare un’ancora di salvezza quando il dolore sembra insopportabile. Marco, per evitare che Luca e gli altri amici cadano nella stessa spirale di isolamento e depressione in cui era precipitato suo fratello, decide di fare qualcosa di concreto. Li invita in un luogo bellissimo, una villa sul mare circondata dagli uliveti, dove chiede a tutti di lasciare i telefoni da parte per qualche giorno.
«In quel contesto naturale e sereno, i ragazzi riscoprono la libertà del dialogo, la forza dello stare insieme, la leggerezza di un sorriso autentico. Senza filtri, senza schermi, tornano a parlarsi davvero. Marco crede nella vita, nella possibilità di cambiare, e quel gesto semplice ma pieno di significato diventa un simbolo: la riscoperta della parola viva, del contatto umano, del valore dell’ascolto reciproco.
«È in questi momenti che nasce la vera speranza, quella che unisce, ricostruisce e restituisce fiducia nella vita.
Questi personaggi mostrano che la letteratura non è solo finzione, ma specchio dell’anima. Attraverso le loro voci ho voluto creare uno spazio dove il lettore potesse sentirsi accolto, compreso, ascoltato. La narrativa è ancora, oggi, un rifugio prezioso, un modo per nominare il dolore e dargli un volto, per liberarlo dal silenzio e trasformarlo in speranza.
«Scrivere e leggere sono due gesti che si incontrano: chi scrive dona, chi legge accoglie, e da questo scambio nasce una forma di cura reciproca.
La letteratura diventa così un ponte tra solitudini, un luogo dove il disagio emotivo si trasforma in comprensione e in luce.
«Credo profondamente che la scrittura possa ancora salvare, perché la parola, quando è autentica, è sempre un atto d’amore. È questo che ho voluto comunicare con Scintille nella notte: che ogni parola scritta e ogni storia raccontata sono un modo per dire “non sei solo”, per ricordare che la speranza esiste, e che anche la notte più buia può brillare di una scintilla di vita.»
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Perché parlarne è già un passo avanti?
«Partecipare a questo incontro significa rompere un tabù. Significa scegliere di ascoltare, di capire, di esserci. «La depressione non è un segno di debolezza, ma una condizione che richiede comprensione, rispetto e risorse adeguate. «Ogni parola condivisa, ogni storia raccontata, ogni domanda posta, sono piccole scintille che, insieme, possono illuminare la notte di chi soffre.»
L’appuntamento è dunque per martedì 19 novembre alle ore 18:00, presso il Palazzo della Fondazione Caritro a Trento.
Un’occasione per riflettere, dialogare e, soprattutto, riscoprire la forza della connessione umana.
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it



