
Oleg Mandić aveva solo undici anni quando l’Armata Rossa varcò i cancelli di Auschwitz il 27 gennaio 1945, liberando gli ultimi sopravvissuti di uno dei più terribili capitoli della storia umana. Nato a Sušac, nell’attuale Croazia, nel 1933, Oleg non era ebreo, ma la sua famiglia cadde vittima della furia nazista per motivi politici. Suo padre e suo nonno, infatti, si erano uniti ai partigiani dopo l’occupazione della Jugoslavia, un gesto di resistenza che costò cara a tutta la famiglia. Nel 1944, Oleg, insieme alla madre e alla nonna, fu arrestato e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
La vita nel campo era un incubo inimmaginabile. Oleg, ancora bambino, si trovò a dover affrontare la fame, i lavori forzati, le violenze quotidiane delle SS e la costante minaccia della morte. Finì anche nel famigerato reparto del dottor Josef Mengele, il “angelo della morte” di Auschwitz, noto per i suoi esperimenti atroci sui prigionieri, in particolare sui bambini. In quelle baracche, molti piccoli scomparivano senza lasciare traccia, inghiottiti dalla macchina di morte nazista. Oleg, tuttavia, riuscì a sopravvivere, un miracolo in un luogo dove la morte era onnipresente: c’era chi la cercava disperatamente lanciandosi contro il recinto elettrificato e chi, appena sceso dai treni, veniva immediatamente condotto alle camere a gas, trasformandosi in fumo e cenere.
La liberazione di Auschwitz non pose fine al dolore di Oleg. Per anni, i ricordi di quell’inferno rimasero sepolti nel profondo della sua mente, troppo dolorosi per essere raccontati. Come molti sopravvissuti, Oleg portava con sé cicatrici invisibili, ferite che il tempo non poteva guarire. Ma con il passare degli anni, quei ricordi riaffiorarono, e con essi arrivò anche il bisogno di tornare, di rivedere quei luoghi che avevano segnato per sempre la sua vita. Oleg sentì l’obbligo morale di testimoniare, di raccontare al mondo ciò che aveva vissuto, affinché nessuno potesse mai dimenticare.
Oleg Mandić è diventato così uno degli ultimi testimoni viventi di Auschwitz, un custode della memoria. La sua storia è un monito per le generazioni future, un racconto che ci ricorda l’importanza di combattere l’odio, l’intolleranza e l’indifferenza. Oleg ha dedicato gran parte della sua vita a parlare della Shoah, a incontrare studenti, visitare scuole e partecipare a eventi pubblici, portando con sé la sua esperienza diretta. La sua voce, insieme a quella di altri sopravvissuti, è un ponte tra il passato e il presente, un invito a non dimenticare e a non ripetere gli stessi errori.
Ho avuto il privilegio di incontrare Oleg Mandić a Trento, un momento che rimarrà per sempre impresso nella mia memoria. Stringere la sua mano è stato un gesto semplice ma carico di significato, un contatto diretto con la storia e con il dolore di un uomo che ha vissuto l’inimmaginabile. Nei suoi occhi ho colto il peso di un destino tragico, ma anche una straordinaria forza interiore. Oleg, nonostante tutto, ha trovato il coraggio di guardare avanti, di trasformare la sua sofferenza in un messaggio di speranza e di pace.
Oleg Mandić non è solo un sopravvissuto; è un simbolo di resilienza e di speranza. La sua vita ci insegna che, anche di fronte all’oscurità più profonda, è possibile trovare la forza di andare avanti e di trasformare il dolore in un messaggio di pace e di giustizia. La sua testimonianza è un dono prezioso per l’umanità, un promemoria del fatto che la memoria è un dovere, perché solo ricordando possiamo costruire un futuro migliore.
Oggi, mentre il numero dei sopravvissuti diminuisce, il ruolo di testimoni come Oleg diventa ancora più cruciale. La sua storia, come quella di milioni di vittime dell’Olocausto, deve continuare a essere raccontata, affinché il mondo non dimentichi mai ciò che è stato e possa impegnarsi a costruire un mondo in cui simili atrocità non si ripetano mai più. Incontrarlo è stato un onore e un’emozione indescrivibile, un ricordo che porterò sempre con me, come un faro che illumina il valore della memoria e della dignità umana.

27/01/2025
N.C.



