Il Prof. Claudio Mencacci spiega come riconoscere il disagio psicologico, quando chiedere aiuto e quali sono oggi le prospettive di cura.

Negli ultimi anni ansia, stress e depressione sono diventati temi sempre più presenti nella vita di milioni di persone. I ritmi frenetici, le incertezze economiche e sociali, il cambiamento delle relazioni, l’uso sempre più diffuso delle tecnologie digitali e le conseguenze della pandemia hanno contribuito ad accrescere il disagio psicologico in tutte le fasce d’età.

La salute mentale rappresenta oggi una delle principali sfide della medicina moderna. Riconoscere precocemente i sintomi, superare i pregiudizi e rivolgersi tempestivamente agli specialisti può fare la differenza, permettendo interventi tempestivi ed efficaci e un significativo miglioramento della qualità della vita.

Per approfondire questi temi abbiamo intervistato il Prof. Claudio Mencacci, uno dei più autorevoli psichiatri italiani. Direttore Emerito del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, Co-Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e Past President della Società Italiana di Psichiatria, da molti anni rappresenta uno dei principali punti di riferimento della psichiatria italiana per lo studio e la cura dei disturbi dell’umore, dell’ansia e della depressione.

Recentemente ha pubblicato, insieme al Prof. Giancarlo Cerveri, il volume Tristezza vai via (Solferino Editore), dedicato alla comprensione della depressione e dei principali disturbi della salute mentale, con l’obiettivo di aiutare i lettori ad affrontarli con maggiore consapevolezza, superando paure e pregiudizi.

Professor Mencacci, negli ultimi anni si parla sempre più spesso di un aumento dei casi di ansia, stress e depressione. Si tratta di un reale incremento dei disturbi oppure oggi c’è semplicemente una maggiore attenzione verso questi problemi?

≪Il presupposto di partenza è che i disturbi mentali sono ampiamente diffusi nel mondo. Più di quanto si creda. Nei Paesi dell’Unione Europea, in particolare, si stima che ne sia affetto il 38,2% della popolazione. Ciò significa concretamente che più di 164 milioni di persone devono fare i conti con patologie psicologiche e/o psichiatriche. In particolare, in vetta alla classifica dei disturbi più frequenti, compaiono i disturbi d’ansia (14,0%), l’insonnia (7,0%) e la depressione maggiore (6,9%). In Italia, la prevalenza della depressione è in costante crescita, e il 2024 non fa eccezione. I dati attuali mostrano che circa il 6% della popolazione adulta (18-69 anni) riferisce sintomi depressivi, con tassi più alti tra le donne (8%) e tra le persone che vivono in condizioni socioeconomiche svantaggiate. Tra chi soffre di patologie croniche, la prevalenza sale al 12%, mentre tra gli anziani oltre i 65 anni, soprattutto quelli con due o più patologie croniche, può raggiungere il 30%.

La depressione maggiore è dunque un disturbo psichiatrico ampiamente diffuso nella popolazione e in continua e costante crescita. Colpisce almeno una volta nella vita da una persona su cinque a una su tre. In sostanza, il rischio di un individuo di sviluppare un episodio depressivo durante la propria esistenza è di circa il 15% e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha valutato la depressione maggiore come la quarta causa di disabilità tra tutte le condizioni patologiche, prevedendo che possa diventare, entro il 2030, la malattia cronica più diffusa.≫

Viviamo in una società caratterizzata da ritmi sempre più veloci, iperconnessione e continue pressioni. Quanto incidono questi fattori sulla salute mentale di adulti, giovani e adolescenti, e quali categorie ritiene oggi maggiormente vulnerabili?

≪L’adolescenza è un periodo problematico della vita e quindi non sorprende che possa essere terreno fertile per lo sviluppo di forme depressive. Oggi si considera che attorno al 10 per cento dei ragazzi fra i 13 e i 18 anni rientri nei criteri diagnostici della depressione. Particolarmente colpite le femmine, che tendono anche ad avere episodi depressivi di durata maggiore rispetto ai coetanei maschi.

Per la depressione adolescenziale, come per quella dell’adulto, negli ultimi anni si è assistito a un notevole incremento dei casi. Esiste anche una predisposizione familiare alla depressione, e infatti tende a colpire più frequentemente ragazzi i cui genitori ne hanno a loro volta sofferto. Ma a facilitarla sono anche eventi di vita sfavorevoli, come traumi psichici, conflitti in famiglia o il dover affrontare una malattia fisica, che può rendere particolarmente difficile la fruizione di rapporti interpersonali, di fondamentale importanza per l’equilibrio psichico degli adolescenti. Uno stato depressivo protratto e non adeguatamente trattato può avere anche ripercussioni significative sull’andamento scolastico, minare lo sviluppo personale verso l’indipendenza, uno degli snodi psicologici più importanti di quella età, oltre che indurre talvolta pericolosi pensieri autolesivi. Durante l’adolescenza, infatti, l’intensa emotività non è ancora del tutto adeguatamente imbrigliata dalle funzioni psichiche superiori di controllo, che arrivano a piena maturazione solo dopo i 20-25 anni, quando si completa lo sviluppo delle aree prefrontali della corteccia cerebrale.

Le cause? Sono molteplici. Entrano in gioco fattori molto vari: da quelli genetici a quelli ambientali, da quelli biologici a quelli caratteriali. Anche situazioni di stress, malattie organiche e farmaci possono concorrere allo sviluppo di una depressione.

L’esordio della malattia può avvenire a qualunque età, anche se è più frequente tra i 16 e i trent’anni. Il picco di incidenza si verifica, invece, nella decade successiva, ossia nel periodo più florido e produttivo della vita con ovvie e gravi ripercussioni sul piano affettivo-familiare, su quello socio-relazionale e nell’ambito professionale. Anche se la vulnerabilità delle giovani generazioni è aumentata e ciò potrebbe determinare alla lunga un anticipo temporale del picco di incidenza.

Ciò è dovuto a diversi fattori, come il diffondersi di stili di vita scorretti (abuso di alcol, uso di sostanze stupefacenti, regimi alimentari sbilanciati, scarsa igiene del sonno, iperconnessione digitale, isolamento sociale), i cambiamenti nella struttura familiare e sociale e la percezione di un futuro incerto e instabile.≫

Non sempre è facile distinguere un momento di difficoltà passeggera da un vero disturbo psicologico. Quali sono i segnali che non dovrebbero essere sottovalutati e quando è opportuno rivolgersi a uno specialista?

≪È importante fare chiarezza su ciò che la depressione non è. Non è, per esempio, la tristezza, non è un momento in cui ci si sente un po’ apatici e privi di forze. Temporanei momenti di demoralizzazione, sconforto, tristezza, sono comuni a tutti gli individui, ma sono occasionali e di breve durata. Costituiscono una condizione del tutto normale, in momenti particolari della vita, così come l’ansia, l’allegria e la paura. Rientrano dunque nella complessa coloritura del nostro mondo ricco di affetti, emozioni e sentimenti.

Viceversa, se una condizione di demoralizzazione, di tristezza tende ad accrescersi d’intensità e a perdurare nel tempo e a causare limitazioni al funzionamento sociale, relazionale, affettivo, cognitivo e lavorativo questa può sconfinare in un vero e proprio disturbo psichico.

Esistono diversi livelli di depressione e una precisa classificazione della depressione, ossia criteri specifici per effettuare la diagnosi e per “classificarla”.

Secondo il DSM-5-TR, il Manuale statistico diagnostico dell’American Psychiatric Association, la depressione maggiore è suddivisa in lieve, moderata e grave. Per le forme depressive minori viene utilizzato il termine “sottosoglia”. Si parla di depressione sottosoglia (o non clinica o minore) quando sono presenti pochi sintomi di minor intensità e con circoscritto impatto sul funzionamento relazionale e sociale.

Per una diagnosi di depressione maggiore è, invece, necessario che siano presenti almeno cinque di questi sintomi continuativamente per due settimane (tra cui almeno uno dei primi due):

·         umore depresso per la maggior parte della giornata;

·         marcata diminuzione di interesse per la maggior parte delle attività quotidiane;

·         perdita o aumento di peso; perdita o aumento di appetito;

·         insonnia e ipersonnia;

·         agitazione psicomotoria o rallentamento psicomotorio;

·         senso di fatica e perdita di energia;

·         sensazione di mancanza di valore o senso di colpa eccessivo e inappropriato;

·         ridotta capacità di pensare e concentrarsi. Indecisione;

·         ricorrenti pensieri di morte.

Altri due aspetti fondamentali sono che questi sintomi devono causare un disturbo nelle attività sociali e lavorative e non dipendere da droghe o altre malattie.≫

Con quali strumenti terapeutici interviene oggi la psichiatria? Oltre ai farmaci, quale ruolo svolgono la psicoterapia, gli stili di vita, l’attività fisica e il supporto familiare nel percorso di cura?

≪Il trattamento dei Disturbi Depressivi si fonda su interventi di varia natura che possono essere usati singolarmente o in modo associato. Gli interventi terapeutici sono di due tipi: biologici e non biologici. Gli interventi biologici possono a loro volta essere distinti in interventi farmacologici e non farmacologici, mentre quelli non biologici possono essere distinti in psicoterapeutici e non-psicoterapeutici.

Tra le terapie biologiche un ruolo fondamentale ha la farmacoterapia, mentre fra le terapie non biologiche ha un ruolo preminente la psicoterapia. L’intervento terapeutico va sempre preliminarmente motivato per quanto riguarda le sue finalità, le modalità con cui verrà attuato e la sua durata prevedibile, i risultati attesi e i possibili rischi ad esso connessi, in modo da garantire alla persona il massimo livello di informazione possibile e l’espressione di un consenso realmente informato al trattamento. La cura della depressione non può prescindere dalla creazione di una significativa relazione terapeutica col paziente e dall’assunzione da parte del curante di un atteggiamento supportivo, necessario a sostenere psicologicamente il paziente durante tutte le fasi della cura. Curare una persona affetta da depressione vuol dire anche garantire un monitoraggio frequente delle condizioni cliniche dell’assistito, uno sforzo continuo per assicurarne l’aderenza alle cure, al fine di evitarne premature interruzioni, oltre che una adeguata “educazione” del paziente ed eventualmente dei suoi familiari. Questa va intesa sia come informazione chiara e possibilmente semplice sulla natura della depressione, sui trattamenti (soprattutto in termini di risultati attesi e possibili eventi avversi) e sui loro limiti eventuali, sia come indicazione e promozione di stili di vita funzionali al miglioramento della depressione e in generale dello stato di salute (alimentazione, sonno, attività fisica, uso del fumo, dell’alcol e di ogni eventuale sostanza d’abuso).

Altri interventi terapeutici fisici.

Allo stato attuale vanno ricordati alcuni trattamenti terapeutici, seppur di minore diffusione, ma di efficacia dimostrata come per l’elettroshock e altri interventi somatici con crescenti evidenze quali la Terapia Magnetico-Transcranica (TMS), la Light therapy, la stimolazione del nervo vago e la stimolazione cerebrale profonda. Questi interventi sono indicati nei casi più gravi e resistenti e solitamente necessitano di terapia farmacologica continuativa.

L’intervento terapeutico sugli stili di vita.

Recentemente si sono ripresi studi su stile alimentare e sintomi psichici.

I dati più rilevanti riguardano l’implementazione dietetica di un amminoacido essenziale come il triptofano con effetti ipnotici nella somministrazione in acuto e una capacità di modulazione del tono affettivo su periodi prolungati. Altrettanto interessante sembra essere un utilizzo costante di un’alimentazione ricca di acido folico e acidi grassi polinsaturi (Omega 3).

Un altro importante elemento di trattamento e prevenzione della patologia depressiva risulta essere la regolare attività fisica. Numerose ricerche indicano l’effetto positivo della regolare attività sia nel condurre, come unico intervento, ad un significativo miglioramento nelle condizioni più lievi che nel favorire una risposta clinica in corso di trattamenti antidepressivi nelle forme più gravi. L’attività fisica regolare inoltre produce anche un effetto protettivo sul rischio di recidiva. In conclusione favorire il regolare mantenimento di una buona forma fisica produce un effetto di prevenzione primaria e secondaria sulla patologia depressiva.

Recenti studi indicano come l’attività fisica (camminare) se praticata tre volte alla settimana per almeno 40-60 minuti possa significativamente ridurre fenomeni di decadimento cognitivo con riduzione delle patologie degenerative. L’attività fisica avrebbe un’azione di stimolo sulla neurogenesi a tutte le età.≫

Il messaggio del Prof. Claudio Mencacci è chiaro: ansia, stress e depressione non devono essere considerati un segno di debolezza, ma condizioni che possono essere riconosciute e curate efficacemente. Chiedere aiuto in tempo, affidarsi agli specialisti e adottare corretti stili di vita rappresentano i primi passi per proteggere la salute mentale e migliorare la qualità della vita.

Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it

Prof. Claudio Mencacci, Medico Psichiatra

Direttore Emerito del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale

ASST Fatebenefratelli Sacco – Milano

Co-Presidente SINPF (Società Italiana di Neuropsicofarmacologia)

Past President SIP (Società Italiana di Psichiatria) 

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