Il Prof. Paolo Calabrò spiega come gestire al meglio la colesterolemia e le nuove prospettive terapeutiche per ridurre il rischio cardiovascolare.

Il colesterolo è una parola che ricorre spesso nei controlli di routine e nelle conversazioni sulla salute, ma non sempre se ne conosce davvero il significato. Non tutto il colesterolo è «nemico» e saper interpretare correttamente i valori è fondamentale per prevenire problemi al cuore. L’aumento del colesterolo LDL, in particolare, rappresenta uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari aterosclerotiche, ancora oggi tra le prime cause di mortalità in Europa. Prevenire, riconoscere e trattare tempestivamente l’ipercolesterolemia significa proteggere il sistema cardiovascolare e migliorare la qualità di vita. Per approfondire questo argomento tanto comune quanto importante, abbiamo intervistato il Prof. Paolo Calabrò, Direttore del Dipartimento Cardiovascolare e Responsabile della Divisione di Cardiologia Clinica presso l’A.O.R.N. Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, e Professore Ordinario di Cardiologia all’Università della Campania «Luigi Vanvitelli» di Napoli. Autore di oltre quattrocento pubblicazioni scientifiche internazionali, il Professore ha dedicato la sua carriera allo studio e alla cura delle malattie cardiovascolari e delle dislipidemie, contribuendo in modo significativo alla ricerca e alla divulgazione scientifica. (Curriculum)

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Professore, cosa significa davvero avere il colesterolo alto, può aiutarci a capire quali sono i valori di riferimento da monitorare e come distinguere tra colesterolo «buono» e «cattivo»?

«Una parte del colesterolo presente nel nostro organismo circola nel sangue all’interno di particelle lipoproteiche e, quando la loro concentrazione diventa eccessiva, si parla di ipercolesterolemia.
«La distinzione tra colesterolo buono e cattivo è una semplificazione storica: il colesterolo LDL è quello definito cattivo perché trasferisce il colesterolo dal fegato alle arterie, il colesterolo HDL è definito buono perché ha invece la funzione opposta.
«Attualmente, il parametro centrale rimane l’LDL, anche se ci sono altre lipoproteine emergenti per le quali, in futuro, verranno commercializzati farmaci specifici.
«Non esiste un valore di colesterolo LDL giusto per tutti, ed è fuorviante la presenza di range di normalità nei referti di laboratorio.
«Ciascun paziente ha un profilo di rischio cardiovascolare individuale ed è in base a quest’ultimo che vanno considerati i valori corretti di colesterolemia (che ad oggi possono variare da <116 mg/dl a <40 mg/dl in base al caso specifico).»

Il colesterolo LDL è spesso definito il principale colpevole dei problemi cardiovascolari. In che modo incide sul rischio di sviluppare malattie del cuore?

«In questo caso, la scienza è molto solida: il colesterolo LDL non solo è associato alle malattie cardiovascolari, ma è considerato una causa diretta dell’aterosclerosi.
«Il colesterolo LDL penetra nella parete delle arterie dove alcune cellule (i macrofagi) mangiano il colesterolo, contribuendo così alla formazione della placca aterosclerotica.
«Con il tempo, la placca cresce e restringe le arterie e, in alcuni casi, può rompersi all’improvviso, ostruisce il vaso e causa un infarto.
«L’effetto è proporzionale e infatti più a lungo le arterie sono esposte a un livello elevato di LDL, maggiore sarà il danno aterosclerotico.»

In quali casi i farmaci diventano indispensabili e quali strategie di prevenzione, legate allo stile di vita, possono invece fare la differenza?

«Uno stile di vita sano è una vera e propria compressa naturale che possiamo assumere quotidianamente per combattere l’ipercolesterolemia e, più in generale, le malattie cardiovascolari.
«L’adozione di una corretta alimentazione (preferibilmente seguendo una dieta mediterranea) e un’attività fisica regolare (di almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica) possono ridurre l’LDL fino al 10–15%.
«I farmaci diventano indispensabili quando il paziente ha già avuto un evento acuto, come un infarto o un ictus, quando ha già subito un intervento di rivascolarizzazione coronarica o se soffre di malattie come diabete, insufficienza renale cronica o ipercolesterolemia familiare. In questi casi sono previsti valori target di LDL più severi che non è possibile raggiungere solo con lo stile di vita.»

Molti pazienti segnalano difficoltà o intolleranze nell’uso delle statine. Quali sono le principali controindicazioni e come vengono gestiti questi casi nel suo ambulatorio e quali alternative sono oggi disponibili?

«Le statine sono tra i farmaci più studiati al mondo. Gli effetti collaterali gravi sono davvero rari, ma alcuni disturbi muscolari (come crampi e stanchezza muscolare) vengono segnalati con maggiore frequenza.
«La vera intolleranza alle statine riguarda solo una minoranza di pazienti (<10%) ed in molti casi gioca un ruolo importante l’effetto nocebo, che deriva dalla preoccupazione a priori del paziente, il quale tenderà ad attribuire qualunque sintomo alla statina, anche quando non c’è una reale correlazione.
«Prima di demonizzare la statina è sempre opportuno verificare altre possibili cause di dolore muscolare e, soltanto dopo, si può procedere a cambiare il tipo di statina oppure a ridurre la dose della stessa statina.
«In questo ultimo caso, potrebbe essere necessario associare altre molecole ipolipemizzanti per raggiungere il target di LDL (ezetimibe; acido bempedoico; inibitori di PCSK9; inclisiran).
«L’obiettivo deve sempre essere quello di trovare una dose e una combinazione tollerabili per garantire il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico, piuttosto che rinunciare del tutto alla terapia.»

Le nuove frontiere terapeutiche stanno aprendo prospettive inedite nella gestione della colesterolemia. Può illustrarci le principali innovazioni e le speranze che offrono ai pazienti ad alto rischio cardiovascolare?

«Oltre alle statine e all’ezetimibe, oggi abbiamo a disposizione terapie mirate potenti e specifiche, come gli inibitori di PCSK9, l’acido bempedoico e l’inclisiran.
«Accanto a questi farmaci, stanno emergendo nuovi target per contrastare in modo più efficace il rischio cardiovascolare legato al colesterolo.
«Sono in fase di studio terapie contro ANGPTL3 (evinacumab), CETP (obicetrapib), ApoC-III (volanesorsen, olezarsen, plozasiran) e Lp(a) (pelacarsen, olpasiran, lepodisiran e altri siRNA e piccole molecole), che sono strategie promettenti soprattutto nei casi di ipercolesterolemia familiare e di rischio cardiovascolare elevato.
«Questi farmaci potrebbero cambiare ancora una volta la storia del trattamento dell’ipercolesterolemia, ma dobbiamo attendere i risultati definitivi sull’efficacia.
«Tutto ciò porterà, in futuro, a una terapia ipolipemizzante sempre più personalizzata, riducendo al minimo il rischio cardiovascolare dei nostri pazienti.»

Prendersi cura del cuore significa, prima di tutto, conoscere e prevenire.Dieta equilibrata, movimento regolare e controlli periodici restano le basi di una buona salute, ma oggi la ricerca offre strumenti sempre più efficaci e personalizzati. Come sottolinea il Prof. Calabrò, imparare a gestire il colesterolo è un gesto di consapevolezza che si traduce in un investimento prezioso: quello sulla propria vita.

Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it 
Paolo Calabrò – paolo.calabro@unicampania.it

MD, PhD – https://paolocalabro.it/
Director of the Cardio Vascular Department
Head of the Division of Clinical Cardiology
A.O.R.N. Sant’Anna e San Sebastiano, Caserta
Full Professor of Cardiology
Department of Translational Medical Sciences
University of Campania Luigi Vanvitelli, Naples, Italy

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