2ª puntata
Dalla capitale dell’India alle haveli di Mandawa, fino alla fortezza di Jodhpur: il Rajasthan comincia sulla strada
Il viaggio comincia a Delhi, immensa capitale dell’India e primo incontro con la dimensione vertiginosa del Paese. Situata nella grande pianura del nord dell’India, sulle rive del fiume Yamuna, Delhi è considerata una delle città più antiche del mondo. La sua storia attraversa millenni: antichi regni hindu, dinastie islamiche, i sultani di Delhi, lo splendore dell’impero moghul, fino al dominio britannico che all’inizio del Novecento progettò Nuova Delhi, l’attuale centro amministrativo della nazione.
Oggi la capitale è una metropoli immensa dove passato e presente convivono in modo sorprendente. I grandi viali della Nuova Delhi, con i loro edifici monumentali ereditati dall’epoca coloniale britannica, si alternano a quartieri popolari dove la vita scorre tra mercati rumorosi, templi, botteghe e strade brulicanti di persone.
Lungo il tragitto appare India Gate, monumento in arenaria rossa costruito per commemorare i soldati indiani caduti durante la Prima guerra mondiale. È uno dei simboli della capitale e segna l’ingresso alla grande prospettiva urbana che conduce al palazzo presidenziale, cuore istituzionale della città moderna.
Tra i luoghi più significativi visitati c’è il complesso di Qutub Minar, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Il minareto in arenaria rossa, alto oltre settanta metri e decorato con versetti del Corano, domina il complesso monumentale costruito nel XII secolo dai sultani di Delhi. Accanto alla torre si trovano i resti di una delle più antiche moschee dell’India settentrionale, testimonianza delle prime dinastie islamiche che governarono la regione.
Ma il viaggio, in realtà, comincia ancora prima.
Appena si mette piede in questa città si ha la sensazione di entrare in una dimensione che si muove secondo un ritmo tutto suo. Le strade rumorose e affollate sono un continuo spettacolo umano. Ogni angolo racconta una storia: venditori ambulanti che espongono la loro merce su teli improvvisati, anziani seduti lungo il bordo della strada, famiglie che mangiano con le mani accanto a piccoli fornelli improvvisati, bambini che osservano incuriositi il passaggio dei visitatori.
Tra la polvere, il traffico e il disordine urbano spiccano i sari coloratissimi delle donne indiane. Ricamati, luminosi, sembrano quasi abiti da principesse che attraversano il caos della città. Rosso intenso, fucsia, giallo oro, verde smeraldo. Abiti decorati con fili d’oro, bracciali che tintinnano ad ogni passo, veli leggeri che ondeggiano nel vento caldo. In mezzo alla confusione sono loro a dominare la scena.
Ma accanto a questa bellezza convivono anche altre realtà.
Molte persone si avvicinano per chiedere qualche rupia, la moneta indiana. Altri cercano di vendere qualsiasi cosa: piccoli oggetti, braccialetti, foulard, statuette sacre. Poco più in là un uomo suona un flauto davanti a un cesto da cui lentamente emerge un serpente, mentre curiosi e passanti si fermano per qualche istante a osservare una scena che sembra uscita da un racconto antico.
Molti sorridono, salutano, chiedono un selfie. Gli occidentali attirano la curiosità: qualcuno vuole essere fotografato, qualcun altro vuole semplicemente scambiare uno sguardo o una parola.
Anche il cibo è parte di questo primo impatto con l’India. La cucina locale è intensa, profumata, ricchissima di sapori, ma spesso anche molto speziata, a volte fino a risultare difficile da sostenere per chi non vi è abituato. I piatti, colorati e invitanti, sono quasi sempre a base di riso basmati, verdure, pollo o formaggi locali come il paneer. Tra le specialità più diffuse ci sono il chicken curry, il biryani di riso speziato e il dal, una zuppa di lenticchie aromatizzata con spezie, accompagnati dal tradizionale pane naan o chapati.
I sapori sono intensi, dominati da curry, cumino, cardamomo e peperoncino, profumi che riempiono l’aria dei ristoranti e delle cucine di strada. Ma per il viaggiatore occidentale questi piatti, pur affascinanti e ricchi di tradizione, possono trasformarsi in una vera prova di resistenza per lo stomaco, soprattutto dopo giornate trascorse tra polvere, caldo e lunghi trasferimenti.
Alla fine del pasto arrivano spesso i dolci della tradizione, come il gulab jamun, piccole sfere di pasta fritta immerse in uno sciroppo dolcissimo aromatizzato alla rosa e al cardamomo. Il tutto accompagnato dall’immancabile chai, il tè indiano preparato con latte, zucchero e spezie, bevanda simbolo della vita quotidiana del Paese, servita ovunque: nei ristoranti, nelle case e persino nei chioschi lungo la strada.
Considerando anche le condizioni igienico-sanitarie che si incontrano in molte zone, è consigliabile scegliere hotel a quattro o cinque stelle. Nei resort e negli alberghi di livello più alto l’atmosfera cambia completamente: tutto appare curato, ordinato, quasi occidentale. Gli ambienti sono puliti, eleganti, spesso profumati di incenso alla rosa, e offrono una sensazione di tregua rispetto al caos delle città.
Eppure anche qui non manca qualche contrasto. Le piscine, pur presenti e apparentemente invitanti, restano spesso alla mercé dei volatili piccioni e altri uccelli e finiscono per non trasmettere quella sensazione di relax che ci si aspetterebbe.
È il primo vero incontro con l’India: un mondo che disorienta, sorprende e affascina nello stesso istante.
Il giorno successivo il viaggio lascia Delhi alle spalle e si dirige verso il Rajasthan, la leggendaria regione dei maharaja.
Si parte a bordo di un pulmino attraversando la grande pianura del nord dell’India. Il primo trasferimento è lungo: circa 265 chilometri, quasi sei ore di viaggio. Le strade sono asfaltate e, come nei Paesi di tradizione britannica, la guida è a sinistra.
Il traffico è un mosaico in continuo movimento: camion decorati, motociclette cariche di persone, tuk-tuk, biciclette e carretti. Tra loro avanzano lentamente mucche sacre e cani randagi, mentre i clacson suonano senza tregua. Un caos apparente che, in qualche modo, riesce sempre a trovare il proprio equilibrio.
Ma in India anche la strada diventa parte dell’esperienza. Dal finestrino scorrono villaggi polverosi, campi coltivati, templi isolati e piccoli mercati improvvisati lungo la strada. Camion colorati carichi di merci, motociclette con intere famiglie a bordo, mucche che attraversano lentamente la carreggiata: ogni chilometro offre una scena diversa. È proprio durante questi lunghi tragitti che si percepisce davvero il ritmo del Paese.
Nel Rajasthan il viaggio non è soltanto la meta: è la strada stessa, un lungo nastro d’asfalto che attraversa paesaggi semi desertici, villaggi e città polverose, dove ogni sosta diventa un incontro e ogni chilometro racconta una storia.
La prima tappa è Mandawa, nel cuore della regione dello Shekhawati, nel Rajasthan settentrionale.
Questa piccola città, circondata da paesaggi aridi e semi desertici, è famosa per le sue haveli, antiche dimore dei ricchi mercanti che tra il XVIII e il XIX secolo controllavano le rotte commerciali tra l’India e l’Asia centrale.
All’epoca lo Shekhawati si trovava lungo importanti vie carovaniere. I mercanti, diventati molto ricchi grazie al commercio di spezie, tessuti e metalli preziosi, costruirono grandi residenze familiari per dimostrare il proprio prestigio.
Queste dimore, organizzate attorno a cortili interni, venivano decorate con straordinari affreschi colorati che raccontavano storie religiose, episodi della mitologia indiana ma anche scene di vita quotidiana e persino immagini della modernità dell’epoca: treni, automobili, soldati britannici e figure europee.
Camminare tra queste case dipinte è come entrare in un museo a cielo aperto, dove ogni edificio racconta un frammento della storia commerciale e culturale dell’India.
Le facciate affrescate, i balconi scolpiti e i portali monumentali testimoniano un periodo di grande prosperità, quando Mandawa era una tappa importante per le carovane che attraversavano il deserto del Rajasthan.
Oggi molte di queste dimore sono state restaurate o trasformate in piccoli hotel, mentre altre restano silenziose testimonianze di un passato in cui questa regione era uno dei centri più ricchi e dinamici del commercio indiano.
Purtroppo non tutte hanno ricevuto la stessa attenzione: in diversi casi il tempo, l’incuria e il degrado stanno lentamente cancellando questo straordinario patrimonio artistico. Ed è proprio questo contrasto, tra la bellezza degli affreschi e i segni dell’abbandono a rendere ancora più evidente quanto fragile possa essere la memoria storica custodita tra le strade di questo piccolo angolo del Rajasthan.
Il viaggio riprende il giorno successivo con un’altra lunga traversata in pulmino: 330 chilometri, circa sei ore di strada fino a Jodhpur, una delle città più affascinanti del Rajasthan.
Fondata nel 1459 dal sovrano rajput Rao Jodha, Jodhpur divenne presto una delle capitali più importanti del regno di Marwar, nodo strategico lungo le rotte commerciali che collegavano Delhi ai porti del Gujarat. Ancora oggi conserva l’atmosfera delle antiche città dei maharaja.
Jodhpur è conosciuta come la “città blu”. Le case color indaco si arrampicano sulle colline ai piedi del gigantesco Mehrangarh Fort, una delle fortezze più imponenti dell’India, costruita su una collina alta oltre cento metri che domina l’intera città.
Dalle mura del forte lo sguardo abbraccia un mare di tetti azzurri che si estende fino all’orizzonte, protetto dalle lunghe mura che circondano la città antica. Secondo la tradizione, il colore blu indicava originariamente le case dei bramini, la casta sacerdotale; con il tempo però venne adottato anche da altri abitanti, sia per imitazione sia per una ragione pratica: la miscela di calce e pigmenti indaco utilizzata per dipingere le pareti aiutava a tenere lontani gli insetti e a mitigare il caldo. Così Jodhpur si è trasformata in uno spettacolo cromatico unico, che le ha valso il soprannome di “città blu”.
Il Mehrangarh Fort è un vero capolavoro di architettura militare. Le sue mura, spesse e imponenti, raccontano secoli di battaglie tra i regni rajput e gli eserciti moghul. Ancora oggi si possono vedere i segni dei colpi di cannone sulle porte d’ingresso della fortezza.
All’interno del palazzo si conservano preziose collezioni appartenute ai sovrani di Marwar: armi finemente decorate, strumenti musicali, carrozze, portantine reali e raffinati oggetti di corte. Le sale del palazzo, ornate da finestre traforate e balconi scolpiti, testimoniano lo splendore della dinastia rajput che governò questa regione per secoli.
Lungo il percorso visitiamo anche il Jaswant Thada, elegante mausoleo in marmo bianco costruito nel 1899 dal maharaja Sardar Singh in memoria del padre, il sovrano Jaswant Singh II. Il monumento, con le sue sottili lastre di marmo scolpite che filtrano la luce del sole, è spesso soprannominato il “Taj Mahal di Marwar” per la delicatezza delle sue forme e l’armonia dell’architettura. Situato su una collina poco distante dal forte Mehrangarh e affacciato su un piccolo lago, rappresenta uno dei luoghi più suggestivi della città e custodisce le memorie della dinastia reale di Jodhpur.
Prima del tramonto il viaggio regala anche un momento inatteso: una lezione di yoga. La città si fa lentamente più silenziosa mentre il sole cala dietro le mura del forte e la luce dorata della sera illumina le antiche pietre della fortezza. È uno di quei momenti in cui il tempo sembra rallentare.
E Jodhpur, con il suo mare di case blu e la sua fortezza millenaria, rivela tutta la sua anima sospesa tra storia e spiritualità.
Il viaggio prosegue …
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
Reportage in 4 puntate.
1. India, dove il caos diventa spiritualità: https://www.ladigetto.it/india-dove-il-caos-diventa-spiritualita-di-nadia-clementi
2. Da Delhi alla città blu: viaggio tra storia, polvere e meraviglia
3. Tra Pushkar e Jaipur: il Rajasthan dei colori e dei templi
4. Dal Taj Mahal al Gange: il volto più profondo dell’India
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