4ª ultima puntata

Abhaneri, Fatehpur Sikri, Agra e Varanasi: dalla meraviglia del marmo bianco ai roghi sul fiume sacro, fino al ritorno verso casa

Si riparte in pulmino per un’altra lunga giornata di viaggio attraverso il Rajasthan.

La prima tappa è Abhaneri, distante circa 140 chilometri, poco più di due ore e mezza di strada. Qui si trova uno dei monumenti più sorprendenti dell’India: il celebre Chand Baori, un antico pozzo-palazzo risalente all’VIII-IX secolo. La struttura è un capolavoro di ingegneria idraulica: migliaia di gradini perfettamente geometrici scendono verso il fondo formando un intricato disegno architettonico che conduce a un piccolo pozzo ottagonale. Questo sistema permetteva di raccogliere e conservare l’acqua in una regione caratterizzata da lunghi periodi di siccità. Accanto al pozzo si trova anche un antico tempio induista dedicato alla dea Harshat Mata. La profondità del pozzo e la straordinaria simmetria delle sue scale creano uno scenario quasi ipnotico, tanto che il sito è stato scelto anche come set cinematografico per alcune scene del film The Best Exotic Marigold Hotel.

All’uscita delle principali attrazioni turistiche la scena si ripete quasi ovunque. Appena si oltrepassano i cancelli dei monumenti si viene circondati da venditori ambulanti che offrono di tutto in cambio di qualche rupia: souvenir, braccialetti, piccoli oggetti artigianali.

Alcuni cercano di attirare l’attenzione inventando piccoli spettacoli improvvisati. C’è chi si improvvisa giocoliere, facendo apparire e scomparire monetine tra le dita con grande abilità, tra gli applausi dei passanti, nella speranza di ricevere qualche moneta.


È un teatro spontaneo di strada, fatto di sorrisi, curiosità e tentativi ingegnosi di guadagnarsi qualche rupia dai visitatori di passaggio.

Il viaggio prosegue poi verso Fatehpur Sikri, a circa 120 chilometri di distanza. Costruita nel XVI secolo dall’imperatore moghul Akbar, questa città fu per un breve periodo la capitale dell’impero. Akbar volle edificare qui una città monumentale in arenaria rossa per celebrare la nascita del figlio e consolidare il potere dell’impero moghul. Palazzi, moschee, cortili e residenze reali vennero costruiti in pochi anni, creando uno dei complessi architettonici più straordinari dell’India.

Ma la città venne abbandonata dopo poco tempo, probabilmente per la scarsità d’acqua nella regione. Oggi Fatehpur Sikri, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, appare come una città sospesa nel tempo: palazzi silenziosi, cortili immensi e porte monumentali raccontano ancora lo splendore di quella breve stagione imperiale.

Dopo la visita il viaggio prosegue verso Agra, distante circa 35 chilometri. Quando si arriva al tramonto si ha la sensazione di essere giunti in uno dei luoghi più simbolici dell’India. Qui sorge infatti uno dei monumenti più celebri al mondo: il Taj Mahal, il mausoleo di marmo bianco che nei secoli è diventato il simbolo universale dell’amore.

Il giorno successivo è dedicato alla visita di uno dei monumenti più celebri al mondo: il Taj Mahal, considerato una delle sette meraviglie del mondo moderno. Questo straordinario mausoleo in marmo bianco fu fatto costruire nel XVII secolo dall’imperatore moghul Shah Jahan in memoria della sua amata moglie Mumtaz Mahal, morta nel 1631 durante la nascita del loro quattordicesimo figlio. Devastato dal dolore, l’imperatore volle erigere un monumento che rendesse eterno il loro amore.

I lavori durarono oltre vent’anni e coinvolsero migliaia di artigiani provenienti da tutto l’impero moghul e dall’Asia centrale. Il risultato è un capolavoro assoluto di architettura persiana e islamica: una perfetta armonia di proporzioni, giardini geometrici, riflessi d’acqua e intarsi di pietre preziose incastonate nel marmo. Quando appare davanti agli occhi, il Taj Mahal sorprende per la sua perfezione quasi irreale. Bianco, luminoso, perfettamente simmetrico, emerge tra giardini ordinati e vialetti fioriti come una visione sospesa nel tempo. Ancora più sorprendente è il contesto in cui si trova: un’oasi di ordine e silenzio nel cuore della caotica Agra. Per accedere al complesso i controlli sono rigorosi, simili a quelli degli aeroporti. I visitatori attraversano metal detector e verifiche di sicurezza che oggi sono diventate la norma nei principali siti turistici e negli hotel.

La visita prosegue poi con il vicino Agra Fort, la grande fortezza in arenaria rossa affacciata sul fiume Yamuna, che fu per secoli la residenza degli imperatori moghul.

Si racconta che proprio qui Shah Jahan trascorse gli ultimi anni della sua vita, prigioniero del figlio Aurangzeb. Dalla sua stanza poteva vedere in lontananza il Taj Mahal, il monumento costruito per l’amore della sua vita. Ma appena si lascia l’area monumentale la realtà torna a mostrarsi senza filtri.

Lungo la strada incrociamo una bambina sospesa in equilibrio su una corda tesa tra due alberi. Cammina lentamente nel vuoto con un equilibrio sorprendente mentre sotto la madre osserva i passanti sperando in qualche moneta.  Anche questo diventa spettacolo. Qui tutto può trasformarsi in un modo per guadagnare qualche rupia. Anche l’infanzia, a volte, diventa parte di questo fragile equilibrio. E proprio in quel momento torna alla mente l’immagine del Taj Mahal. Il monumento più famoso al mondo, costruito per rendere eterno l’amore di un imperatore, e a pochi passi una bambina sospesa nel vuoto, privata della sua libertà. Forse è proprio questo il volto più autentico dell’India. Un Paese capace di custodire la bellezza più sublime e la realtà più dura nello stesso sguardo.

Ed è anche per questo che, quando la lasci, hai la sensazione che l’India non sia soltanto un luogo da visitare. È un’esperienza che continua a vivere dentro di te. Ma il viaggio riserva ancora una delle esperienze più intense.

All’alba ci dirigiamo verso la stazione ferroviaria per salire sul moderno treno Vande Bharat Express, in partenza alle sei del mattino. Il treno attraversa lentamente le pianure dell’India settentrionale per circa sette ore, fino a raggiungere Varanasi, una delle città più antiche del mondo ancora abitate. Dal finestrino scorrono villaggi, campi coltivati, piccoli templi isolati e stazioni gremite di persone. Il viaggio verso Varanasi sembra accompagnare lentamente il viaggiatore verso un’altra dimensione dell’India, quella più spirituale, dove il tempo scorre con un ritmo diverso.

Prima di raggiungere il cuore della città visitiamo Sarnath, luogo fondamentale per la storia del buddismo. Fu qui che Gautama Buddha pronunciò il suo primo sermone dopo aver raggiunto l’illuminazione, dando inizio alla diffusione della sua dottrina.

Nel parco delle Gazzelle sorge il grande Dhamek Stupa, imponente struttura cilindrica che segna il luogo della prima predicazione. Attorno si trovano monasteri buddhisti provenienti da diversi Paesi dell’Asia e un museo archeologico che conserva preziosi reperti dell’epoca Maurya, tra cui il celebre capitello con i leoni di Ashoka, divenuto simbolo ufficiale dell’India.

Sarnath è ancora oggi un centro di studio e spiritualità, dove diverse organizzazioni educative lavorano per offrire istruzione ai giovani provenienti dai villaggi rurali.

Ma è al tramonto che Varanasi rivela la sua anima più profonda.

Ci dirigiamo verso il Dashashwamedh Ghat, una delle grandi scalinate che scendono verso il sacro Ganges. Qui, ogni sera, si celebra uno dei rituali più suggestivi e antichi dell’India: il Ganga Aarti, la cerimonia dedicata alla dea madre Ganga. La scena appare subito potente. Una folla immensa si accalca lungo le gradinate. L’aria vibra di canti, tamburi, campane e preghiere. Il suono è continuo, quasi assordante, come un richiamo antico che sale dalla terra verso il cielo.

Poi entrano in scena i bramini, giovani sacerdoti vestiti di abiti color zafferano. I loro gesti sono lenti, solenni, quasi ipnotici. Prima gli incensieri che diffondono nell’aria il profumo intenso del sandalo. Poi le grandi lampade di fuoco che si muovono in cerchi perfetti nel buio della sera, disegnando spirali luminose sopra il fiume.

Le fiamme si riflettono sull’acqua scura del Gange. Per un momento sembra di assistere a un rito antico quanto il mondo. Ma Varanasi è anche il luogo dove la vita e la morte convivono senza separazione. Poco più lontano, lungo altri ghat, ardono senza sosta i fuochi delle cremazioni. Qui i corpi dei defunti vengono affidati alle fiamme secondo il rito induista. I bramini guidano le preghiere mentre le pire ardono lentamente nella notte. Il crepitio del legno che brucia si mescola al suono delle preghiere.

Quando il fuoco si spegne, le ceneri vengono raccolte e disperse nelle acque del Gange. Secondo la tradizione, questo gesto libera l’anima dal ciclo delle reincarnazioni e permette di raggiungere la liberazione spirituale. E mentre i roghi ardono, poco più in là i pellegrini continuano a immergersi nel fiume per purificarsi. La morte e la vita scorrono nello stesso luogo. Sullo stesso fiume. Nella stessa notte. All’alba torniamo sul Gange a bordo di una piccola barca di legno. La barca scivola lentamente sulla corrente mentre una leggera nebbia avvolge le rive del fiume. Dal fiume la scena appare ancora più irreale. Le acque sono punteggiate da piccole ciotole di foglie colme di petali di rosa e candele accese che galleggiano lentamente sulla corrente. Le fiamme tremolano nell’aria umida e si riflettono nell’acqua scura del fiume.

Sulle rive emergono nell’ombra antichi palazzi, templi e scalinate, impregnati di una storia millenaria. L’atmosfera è silenziosa, quasi funebre. Sembra di trovarsi in un luogo sospeso tra la realtà e una visione. Un paesaggio che ricorda allo stesso tempo un rito sacro, un film notturno e un inferno dantesco illuminato dalle fiamme. Il viaggio sul Gange diventa qualcosa di difficile da spiegare.

Non è soltanto un luogo. È un’esperienza. Qui il tempo sembra fermarsi. E mentre la barca scivola lentamente sull’acqua scura del fiume si ha la sensazione di trovarsi davanti a uno dei luoghi più profondi e misteriosi dell’India. Un luogo dove la spiritualità non è soltanto una parola. È la vita. È la morte. È il ciclo eterno dell’esistenza. Forse è proprio qui, sulle acque del Gange, che si comprende davvero l’India: un luogo dove la vita e la morte non si oppongono, ma scorrono insieme nello stesso fiume.

E alla fine arriva il momento di tornare.

Dopo giorni attraversati da clacson, polvere, sporcizia, templi, città millenarie e fiumi sacri, il viaggio si chiude così come era cominciato: con un volo verso casa. Ma questa volta con una consapevolezza diversa.

Il mondo, intanto, continua a muoversi. Le notizie parlano di tensioni e di guerra in Medio Oriente, di rotte aeree che cambiano, voli cancellati, itinerari modificati. Il rientro non è più quello previsto. Si cambia compagnia: si lascia Qatar Airways per un volo della Oman Air, con scalo a Muscat, prima di rientrare in Italia all’Aeroporto di Roma-Fiumicino.

Anche questo, in fondo, fa parte del viaggio. Un viaggio lungo migliaia di chilometri, ma soprattutto intenso su ogni piano emotivo. Un viaggio dentro un mondo che non ci appartiene, dove la vita scorre secondo regole diverse dalle nostre, tra spiritualità millenarie e realtà spesso difficili da comprendere. Dalle strade caotiche di Delhi alle acque sacre del Ganges a Varanasi, ogni tappa ha lasciato una traccia. Alla fine rimane una sensazione semplice e profonda: la voglia di tornare a casa. Ma anche la consapevolezza che qualcosa, dentro di noi, è cambiato. Perché l’India è così: ti disorienta, ti affatica, a volte ti mette a disagio. Eppure, quando la lasci, hai la strana sensazione che una parte di quel mondo rimarrà per sempre dentro di te. Forse perché l’India non è soltanto un luogo. È un’esperienza. Una lezione di vita che ti ricorda quanto il mondo sia immenso e diverso. E forse il senso più vero del viaggio è proprio questo: aprire gli occhi e la mente, per tornare a casa capaci di guardare con più gratitudine anche le cose più semplici. Perfino quel pezzo di pane che, troppo spesso, diamo per scontato.

fine

Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it

ALBUM FOTOGRAFICO

 

Reportage in 4 puntate.

1. India, dove il caos diventa spiritualità 

2. Da Delhi alla città blu: viaggio tra storia, polvere e meraviglia

3. Tra Pushkar e Jaipur: il Rajasthan dei colori e dei templi

4. Dal Taj Mahal al Gange: il volto più profondo dell’India

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