Cause, innovazioni e rimedi: ne abbiamo parlato con il Prof. Piero Barbanti

Il mal di testa, nelle sue molteplici forme, rappresenta una delle principali cause di disabilità nel mondo e colpisce milioni di persone, spesso compromettendo la qualità della vita e la produttività quotidiana.
Oggi, tuttavia, la ricerca scientifica apre scenari sempre più promettenti: grazie a nuovi strumenti diagnostici, terapie mirate e approcci integrati, la gestione delle cefalee sta vivendo una vera e propria rivoluzione.
Per approfondire le nuove frontiere nella diagnosi e nella cura delle cefalee, abbiamo intervistato il Prof. Piero Barbanti, neurologo di fama internazionale e punto di riferimento nella ricerca sul dolore e sull’emicrania.
Il Prof. Barbanti è Primario Neurologo e Direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore dell’IRCCS San Raffaele di Roma, Ordinario di Neurologia presso l’Università San Raffaele, Presidente dell’Associazione Italiana per la Lotta contro le Cefalee e unico rappresentante italiano nel board della International Headache Society.
Autore di oltre 170 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e volto noto della divulgazione medica su Rai, Mediaset e Sky, il Professore ha dedicato la sua carriera a studiare i meccanismi biologici delle cefalee e a sperimentare nuovi approcci terapeutici, dai farmaci a base di anticorpi monoclonali alle tecniche di stimolazione cerebrale.
Con lui abbiamo parlato di innovazione, prevenzione e personalizzazione delle cure, in un ambito che tocca da vicino la vita di moltissime persone.

Professor Barbanti, quali sono oggi le principali innovazioni nella diagnosi delle cefalee che consentono una classificazione e un trattamento più mirato e personalizzato?
«Esistono oltre 200 tipi di cefalea: circa l’80% è di natura primaria, ovvero non rappresenta l’espressione di una malattia sottostante.
«Tra le forme primarie più disabilitanti e frequenti figura l’emicrania, una malattia familiare, caratterizzata da attacchi dolorosi forti e lunghi (fino a 3 gg), associati a nausea (talvolta vomito), e fastidio per luci e suoni e tipicamente peggiorata dallo svolgimento delle normali attività.
«Il registro italiano dell’emicrania, che ho l’onore di coordinare, documenta che il paziente italiano tipico è una donna quarantenne, con relazione sentimentale stabile, figli, elevata scolarità, nel pieno della propria vita produttiva e sociale.»
Può spiegare il funzionamento e i benefici degli anticorpi monoclonali anti-CGRP nelle terapie per l’emicrania?
«Gli anticorpi monoclonali antiCGRP sono anticorpi “intelligenti” in grado di bloccare una piccola proteina – denominata CGRP – responsabile della vasodilatazione e della amplificazione della trasmissione del dolore cefalico.
«In commercio in Italia da oramai 5 anni, gli anticorpi monoclonali antiCGRP costituiscono una rivoluzione, in quanto nella vita reale – dopo 1 anno di trattamento – si sono dimostrati efficaci nel ridurre di almeno il 50%% i giorni di emicrania nel 91.3% dei soggetti, mostrando eccellente tollerabilità.
«Non è tutto: dopo 1 anno di trattamento quasi il 24% dei soggetti trattati non presenta più alcun mal di testa.»
Quali progressi si stanno compiendo nella comprensione delle cause genetiche e biologiche dell’emicrania?
«L’emicrania è una malattia chiaramente familiare. Tuttavia, ad oggi sono noti i geni implicati sono in una rarissima forma di emicrania con aura, denominata “emicrania emiplegica familiare”.
«Dunque, il percorso per la scoperta dei geni implicati nelle forme più comuni di emicrania appare ancora lungo.
«Sappiamo invece molto dal punto di vista delle cause biologiche. Il soggetto emicranico è caratterizzato da un cervello che per eccesso di legittima difesa accende il segnale di allarme (cioè il dolore ed i sintomi ad esso associati) per stimoli banali quali lo stress, i cambi ormonali, le variazioni meteorologiche, i disturbi del ciclo sonno-veglia, ecc.
«L’attivazione innaturale del sistema di allarme si concretizza in una vera e propria “meningite elettrica” causata da una iperfunzione – immotivata – del sistema trigeminale: questo spiega 1) la elevata intensità del dolore, 2) la possibile comparsa di vomito e 3) la sensazione di tensione cervicale che spesso porta il soggetto ad eseguire inutili esami radiologici della colonna.»
Oltre ai farmaci, quali nuove modalità terapeutiche integrative o tecnologiche sembrano promettenti per gestire l’emicrania?
«Ogni volta dovremmo ricordare a chi soffre di questo disturbo di “vivere meglio”: garantire almeno 7 ore di sonno, associare ai tipici pasti anche una robusta prima colazione, contenente il 25-30% dell’intero introito calorico della giornata.
«Il paziente dovrebbe ancee iperidratarsi, assumendo almeno 8-10 bicchieri di acqua al giorno. Esistono poi tecniche scientificamente efficaci basate sulla mindfulness e tecnologie rappresentate dalla stimolazione non invasiva del nervo sovraorbitario o del nervo vago.»
Quali indicazioni può dare ai pazienti per prevenire efficacemente le crisi di emicrania, alla luce delle recenti innovazioni mediche?
«Il primo consiglio al paziente è di annotare il numero mensile di giorni di mal di testa e anche il numero di analgesici consumati.
«Se il soggetto presenta almeno 4 giorni di mal di testa disabilitante al mese necessita non solo di un analgesico ogni volta che si presenti il dolore, ma anche introdurre una cura preventiva per ridurre il numero di episodi mensili.
«Oggi i farmaci diretti contro il CGRP o il suo recettore (anticorpi monoclonali e gepanti) dovrebbero rappresentare la prima scelta, per via del loro eccellente profilo di efficacia e tollerabilità. L’uso del condizionale è dovuto al fatto che – a causa del loro elevato costo – la rimborsabilità è prevista solo per i soggetti con almeno 8 gg di emicrania al mese che abbiano fallito 3 farmaci preventivi tradizionali.
«La disponibilità di questi farmaci rivoluzionare deve però rassicurare i pazienti emicranici che possono certamente vedere prima o poi l’uscita dal loro tunnel.»

La ricerca scientifica sulle cefalee sta cambiando radicalmente il modo in cui questa patologia viene affrontata, spostando il baricentro dalla semplice gestione del dolore a una cura personalizzata e preventiva.
Le nuove terapie con anticorpi monoclonali e le tecniche di neuromodulazione rappresentano strumenti sempre più efficaci per ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi, migliorando la qualità di vita dei pazienti.
Come sottolinea il Prof. Barbanti, la conoscenza accurata delle proprie cefalee e il dialogo costante con lo specialista restano le basi per un percorso terapeutico di successo. Accanto ai farmaci, anche stili di vita equilibrati, sonno regolare e gestione dello stress si confermano alleati preziosi.
Oggi, grazie alle nuove scoperte e alla crescente consapevolezza clinica, il futuro della cura delle cefalee appare più concreto e promettente: un traguardo che restituisce speranza e sollievo a chi convive ogni giorno con il dolore.
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
Prof. Piero Barbanti – Ordinario di Neurologia
Direttore Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore
IRCCS-Università San Raffaele, Roma
Via della Pisana 230 – 00163 Roma
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