Negli ultimi anni la psichiatria ha compiuto importanti passi avanti grazie all’apporto delle neuroscienze, che hanno permesso di approfondire la comprensione dei meccanismi alla base delle malattie mentali.

In un contesto in cui i disturbi psichiatrici risultano sempre più diffusi e complessi, è fondamentale il contributo di professionisti capaci di integrare ricerca e pratica clinica. Tra questi, il Dott. Mario Mazza, psichiatra e psicoterapeuta di base a Milano con formazione psicobiologica, si distingue per le sue ricerche dedicate al ruolo dell’infiammazione nelle patologie mentali, tema di grande attualità nella psichiatria moderna.

Laureato con lode in Medicina e Chirurgia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, dove ha discusso una tesi sperimentale sul disturbo ossessivo-compulsivo. Successivamente ha conseguito la specializzazione in Psichiatria con lode all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il suo percorso accademico si è poi arricchito con un dottorato in Neuroscienze Cognitive presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, dedicato allo studio della neuroinfiammazione nelle malattie mentali.

Con un’esperienza clinica ampia e diversificata, il Dott. Mazza si occupa del trattamento di depressione, ansia, disturbi bipolari, psicosi e altri disturbi complessi, integrando approcci farmacologici, psicoterapeutici e neuroscientifici. È inoltre cultore della materia e tutor universitario, impegnato nella formazione delle nuove generazioni di medici e psichiatri. https://psichiatra.info/mario-mazza-psichiatra/

Lo abbiamo intervistato per approfondire questi aspetti emergenti e comprendere come le nuove evidenze scientifiche stiano ridefinendo la pratica clinica.

 

Dott. Mazza, quale impatto ha avuto il riconoscimento del ruolo dell’infiammazione nelle malattie mentali sulla pratica psichiatrica negli ultimi dieci anni?

«Oserei dire rivoluzionario in termini concettuali. Basti pensare agli innumerevoli stigma che tutt’oggi ruotano intorno alle malattie psichiatriche e alla falsa idea che esse siano solo “problemi caratteriali” o “mancanza di volontà”. L’idea che i disturbi mentali possano invece avere dei marker biologici, al pari di qualunque altra patologia medica, ha letteralmente stravolto il punto di vista.

Naturalmente la componente biologica non esclude, ma integra, gli aspetti psicologici, ambientali e sociali che contribuiscono all’insorgenza e al decorso del disturbo. Il modello è multifattoriale: stress, traumi, vulnerabilità personali e condizioni di vita interagiscono con i meccanismi neurobiologici e immuno-infiammatori.

Sappiamo oggi che alcune persone depresse o bipolari presentano un profilo immuno-infiammatorio specifico che interferisce con i neurotrasmettitori – ad esempio riducendola disponibilità di serotonina – e modifica il funzionamento di specifiche aree cerebrali, come dimostrato dagli studi di neuroimaging. Questo cambia radicalmente la narrazione: i disturbi mentali sono vere e proprie malattie e come tali devono essere riconosciute e trattate.»

Quali sono stati i disturbi psichiatrici più diffusi nel decennio appena trascorso e quali fattori principali, secondo la sua esperienza, ne hanno determinato l’aumento?

«Negli ultimi anni si è assistito a un incremento globale dell’epidemiologia delle patologie mentali: si stima che circa una persona su tre, nel corso della vita, sperimenti un disturbo psichico. Gli elevati livelli di stress psicosociale, le pressioni lavorative e scolastiche, le incertezze economiche e l’iperconnessione digitale hanno certamente giocato un ruolo. Va aggiunto che oggi disponiamo di maggiore capacità diagnostica e sensibilità clinica, quindi più persone vengono intercettate e prese in carico.

I disturbi più frequenti restano sicuramente quelli d’area ansiosa, nelle loro molteplici forme: attacchi di panico, ansia generalizzata, fobia sociale e disturbo ossessivo-compulsivo, che incidono pesantemente sulla qualità della vita.»

Si è osservato un cambiamento anche nell’età di insorgenza delle malattie psichiatriche? I disturbi mentali compaiono oggi in età più precoce rispetto al passato?

«Assolutamente sì. Assistiamo a un progressivo abbassamento dell’età di esordio. Sempre più spesso osserviamo disturbi alimentari in età pre-puberale, sintomi psicotici già nella prima adolescenza e manifestazioni ansiose lungo tutto il percorso scolastico.

Le cause sono molteplici: stress che inizia prima, esposizione precoce ai social media, riduzione del sonno e dell’attività fisica, sfide emotive e familiari più intense, e anche fattori biologici come vulnerabilità neuro-immunitarie che emergono durante lo sviluppo. Questo ci ricorda quanto sia fondamentale intervenire precocemente, coinvolgendo famiglie, scuole e territorio in un’azione preventiva coordinata.»

In che modo integra le scoperte neuroscientifiche con i trattamenti psicoterapeutici e farmacologici nella sua pratica clinica?

«La ricerca nasce dall’osservazione clinica e deve inevitabilmente tornare al letto del paziente.

Un esempio proviene dai miei studi in ambito di cronobiologia. Sappiamo che nei pazienti con depressione maggiore o disturbo bipolare le alterazioni del ritmo sonno-veglia rappresentano segnali precoci di scompenso. Intervenire su questi aspetti – ad esempio in periodi più critici come i cambi di stagione – con melatonina o con cicli di fototerapia domiciliare può potenziare l’efficacia delle terapie farmacologiche e prevenire recidive.

Un altro aspetto a cui tengo molto è la condivisione con il paziente di alcuni aspetti neurofisiologici relativi al funzionamento cerebrale: ad esempio spiegare a una persona ansiosa il ruolo dell’amigdala o della corteccia prefrontale nelle risposte di allerta aiuta a ridurre la colpa, la vergogna e la percezione di “non avere il controllo”. La conoscenza diventa parte del trattamento.»

Quali sono le principali difficoltà nel trattamento di disturbi complessi come la depressione resistente e il disturbo bipolare, e quali strategie adotta per affrontarle?

«La sfida principale è la variabilità clinica. Non esistono due depressioni uguali, né due bipolarità sovrapponibili: ci confrontiamo con quadri eterogenei, fluttuanti, fortemente influenzati da fattori biologici, psicologici e ambientali.

Nel caso della depressione resistente, ad esempio, può essere necessario riformulare la diagnosi, valutare la presenza di sintomi misti o infiammatori, ottimizzare l’aderenza, integrare psicoterapia e tecniche di neuromodulazione.

Nel disturbo bipolare è essenziale lavorare anche sulla regolarità dei ritmi di vita, sul riconoscimento precoce dei segnali d’allarme e sul coinvolgimento attivo della famiglia. È un lavoro di squadra: medico, paziente e contesto devono procedere insieme.»

Guardando al futuro, quali innovazioni nell’ambito della psichiatria psicobiologica ritiene più promettenti per migliorare la cura dei pazienti?

«La psichiatria biologica è una disciplina giovane, quindi il potenziale di crescita è enorme. Sul fronte farmacologico sono in sviluppo molecole con meccanismi d’azione completamente innovativi: immunomodulatori, agenti lisergici di nuova generazione e farmaci in grado di agire su reti neurali specifiche.

Parallelamente, l’identificazione di biomarcatori – genetici, infiammatori, metabolici, digitali – potrà guidarci verso una psichiatria di precisione, permettendo diagnosi più rapide e trattamenti realmente personalizzati.

Infine, sta maturando una consapevolezza sociale nuova: la salute mentale non è un lusso, né un tabù. È una componente essenziale del benessere e della salute pubblica. Continuare a investire in ricerca, prevenzione e accessibilità delle cure è il passo decisivo per il futuro dei nostri pazienti.»

  

Fonte Immagine: Inflammatory mediators in major depression and bipolar disorder

La psichiatria contemporanea sta attraversando una fase di profonda trasformazione, guidata dall’integrazione tra ricerca biologica e pratica clinica. Questa sinergia consente oggi di affrontare le malattie mentali in modo più preciso, personalizzato e multidimensionale. Le riflessioni del Dott. Mario Mazza mettono in luce come la comprensione dei meccanismi neurobiologici – e in particolare del ruolo dell’infiammazione – stia aprendo nuove prospettive terapeutiche. Un approccio che unisce scienza e umanità, offrendo speranza e strumenti concreti per migliorare la qualità della vita di chi convive con un disturbo mentale. Il futuro della psichiatria psicobiologica appare dunque ricco di potenzialità: una disciplina capace di evolvere verso trattamenti sempre più efficaci, mirati e rispettosi della complessità dell’essere umano.  

Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it   

Dott. Mario Mazza

Medico psichiatra e psicoterapeuta

OMCeOMI n. 43984

www.psichiatra.info

 LINK bibliografica sullo studio dell’immunopsichiatria

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0278584618300459?via%3Dihub

Mazza MG, Lucchi S, Tringali AGM, Rossetti A, Botti ER, Clerici M. Neutrophil/lymphocyte ratio and platelet/lymphocyte ratio in mood disorders: A meta-analysis. Prog Neuropsychopharmacol Biol Psychiatry. 2018 Jun 8;84(Pt A):229-236. doi: 10.1016/j.pnpbp.2018.03.012. Epub 2018 Mar 10. PMID: 29535038.

https://www.nature.com/articles/s41398-024-02921-z

Poletti S, Mazza MG, Benedetti F. Inflammatory mediators in major depression and bipolar disorder. Transl Psychiatry. 2024 Jun 8;14(1):247. doi: 10.1038/s41398-024-02921-z. PMID: 38851764; PMCID: PMC11162479.

https://journals.lww.com/intclinpsychopharm/abstract/2022/05000/antidepressant_psychopharmacology__is_inflammation.2.aspx

Benedetti F, Zanardi R, Mazza MG. Antidepressant psychopharmacology: is inflammation a future target? Int Clin Psychopharmacol. 2022 May 1;37(3):79-81. doi: 10.1097/YIC.0000000000000403. PMID: 35357329.

Cite: Inflammatory mediators in major depression and bipolar disorder

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