Con il Prof. Paolo Maria Rossini facciamo chiarezza sui primi segnali del declino cognitivo, sulla diagnosi precoce e sulle nuove prospettive della ricerca contro le demenze.

Dimenticare un nome, non ricordare dove abbiamo lasciato le chiavi, entrare in una stanza e non rammentare più cosa stavamo cercando. Con il passare degli anni, piccoli vuoti di memoria possono diventare più frequenti e suscitare una domanda inevitabile: è un normale effetto dell’età oppure potrebbe essere il primo segnale di qualcosa che merita attenzione?
L’allungamento della vita rende le malattie neurodegenerative, e in particolare la malattia di Alzheimer, una delle grandi sfide della medicina contemporanea. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca sta compiendo importanti passi avanti: diagnosi sempre più precoci, biomarcatori, nuove tecniche di indagine e nuove possibilità terapeutiche stanno progressivamente modificando il modo di affrontare la malattia.
Per capire quando una dimenticanza deve preoccuparci, cosa possiamo fare per proteggere il nostro cervello e quanto siamo vicini a riconoscere e contrastare l’Alzheimer prima che comprometta significativamente la vita quotidiana, abbiamo contattato il Prof. Paolo Maria Rossini, tra i più autorevoli neurologi italiani nel campo dell’invecchiamento cerebrale e delle malattie neurodegenerative.
Neurologo e neuroscienziato, dirige il Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma e ha dedicato gran parte della sua attività clinica e scientifica allo studio del cervello, dell’invecchiamento e delle demenze.
Autore di un vastissimo numero di pubblicazioni scientifiche internazionali, nel corso della sua carriera ha ricoperto importanti incarichi accademici e scientifici. All’attività clinica e di ricerca affianca anche un’intensa opera di divulgazione sui temi della memoria, della prevenzione e dell’invecchiamento cerebrale.
È recentemente uscito per Mondadori il suo volume La memoria fragile. Viaggio al centro dell’Alzheimer, nel quale vengono affrontati in forma divulgativa la storia e le cause della malattia, il percorso diagnostico, i sintomi e i circuiti cerebrali coinvolti, le storie di pazienti paradigmatici, le terapie farmacologiche e non farmacologiche e i servizi disponibili. Un progetto che ha anche un’importante finalità scientifica e sociale: i ricavi del volume saranno destinati a finanziare borse di studio per giovani ricercatori e ricercatrici impegnati nello studio dell’Alzheimer.

Con il Prof. Rossini cerchiamo quindi di comprendere cosa sappiamo oggi dell’Alzheimer e, soprattutto, quanto la diagnosi precoce e i progressi della ricerca possano cambiare il futuro di questa malattia.

Professore, partiamo dalla domanda che probabilmente molti si pongono con l’avanzare dell’età: quando una dimenticanza è normale e quando, invece, può rappresentare un primo campanello d’allarme di un deterioramento cognitivo o della malattia di Alzheimer?
«Una dimenticanza occasionale — un nome che non viene subito in mente, le chiavi lasciate nel posto sbagliato, una strada non riconosciuta anche se a noi nota — è del tutto normale e può capitare a ogni età, in particolare dopo i 55-60 anni, quello che conta è che il ricordo torni spontaneamente e dopo pochi minuti e che la persona sia consapevole del vuoto di memoria.
Il campanello d’allarme scatta quando le dimenticanze diventano frequenti, riguardano fatti recenti o appuntamenti o impegni importanti e, soprattutto, quando iniziano a incidere sull’autonomia quotidiana: smarrirsi in luoghi conosciuti, ripetere le stesse domande o narrare lo stesso racconto più volte al medesimo interlocutore, faticare a trovare le parole giuste (magari utilizzando parole passe-partout tipo “coso/a”, “questo/a”, ecc.) e perdere il filo di un discorso complesso.
Spesso, in questi casi, è chi sta intorno alla persona ad accorgersene per primo. Il consiglio è semplice: non allarmarsi da soli, ma parlarne con il medico di famiglia, che saprà indirizzarla verso una valutazione specialistica.
L’attenzione a questi primi sintomi dovrebbe essere ancora maggiore se nella propria famiglia ci sono stati uno o più casi di demenza o declino cognitivo (una volta definiti anche demenza senile o arteriosclerosi).»
L’Alzheimer inizia realmente quando compaiono i primi problemi di memoria oppure la malattia può essere presente nel cervello già molti anni prima? Oggi quali strumenti abbiamo per arrivare a una diagnosi sempre più precoce?
«Oggi sappiamo che la malattia di Alzheimer inizia a livello biologico molti anni (forse sino a un paio di decenni) prima dei primi sintomi: le alterazioni tipiche, come l’accumulo di proteina beta-amiloide e di proteina tau e la perdita di volume (atrofia) di alcune aree cerebrali importanti per i processi cognitivi, possono essere presenti nel cervello anche 15-20 anni prima che compaiano i primi disturbi di memoria.
È quella che chiamiamo la fase silente o pre-sintomatica della malattia. Per questo la ricerca punta su strumenti sempre più sensibili e meno invasivi: alla PET cerebrale e alla puntura lombare si affiancano oggi esami del sangue di nuova generazione, come quelli sulla proteina p-tau217, capaci di rilevare questi cambiamenti con grande accuratezza e con alcuni anni di anticipo.
Anche l’intelligenza artificiale, applicata alle immagini di risonanza magnetica ed all’elettroencefalogramma, comincia a offrire un aiuto concreto al clinico nella diagnosi precoce.
Tuttavia, è molto importante sottolineare che, oltre a fattori di rischio (come quelli prima citati), abbiamo dei fattori di resilienza che in molti soggetti sono in grado di bloccare l’esordio della malattia. Questo spiega perché una percentuale importante di “portatori” di fattori di rischio non sviluppa i sintomi clinici della malattia quando viene seguita nel tempo.
È importante quindi evitare di basarsi solo ed esclusivamente su una diagnosi biologica, ponendo una pesantissima “condanna” su soggetti che poi non svilupperanno la malattia, magari sottoponendoli al rischio di terapie molto costose e non scevre da effetti collaterali anche molto seri.»
Età e familiarità sono fattori che non possiamo modificare. Ma quanto incidono gli stili di vita? Attività fisica, alimentazione, sonno, relazioni sociali e allenamento della mente possono davvero contribuire a proteggere il cervello e ridurre il rischio di demenza?
«Gli stili di vita contano moltissimo, molto più di quanto si pensasse anche solo un decennio fa. Le più recenti commissioni scientifiche internazionali stimano che quasi la metà dei casi di demenza nel mondo potrebbe essere prevenuta o ritardata agendo su una serie di fattori di rischio modificabili lungo tutto il corso della vita: attività fisica regolare e intensa (per lo più di tipo aerobico), alimentazione equilibrata, sonno di qualità, controllo di pressione, colesterolo e diabete, evitare eccesso di fumo e alcool, correzione di deficit dell’udito e della vista, vita sociale attiva e allenamento costante della mente.
Nessuno di questi fattori se corretto da solo- è risolutivo, ma insieme costruiscono e proteggono quella che chiamiamo riserva cognitiva, capace di aumentare la resilienza del cervello all’attacco di fattori neurodegenerativi e ritardare la comparsa dei sintomi anche in chi ha una predisposizione genetica.»
Negli ultimi anni si parla molto di biomarcatori, esami del sangue e nuovi farmaci contro l’Alzheimer. A che punto siamo realmente? Possiamo cominciare a parlare di una nuova fase nella diagnosi e nella cura della malattia oppure è ancora troppo presto?
«Sì, siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se non bisogna creare false illusioni. Sul fronte diagnostico, i biomarcatori nel sangue si stanno avvicinando rapidamente alla pratica clinica quotidiana, rendendo possibile uno screening molto più accessibile di prima, ma con i limiti suddetti e cioè che, da soli, non consentono assolutamente una prognosi accurata.
Sul fronte terapeutico sono arrivati i primi farmaci a base di anticorpi monoclonali, come lecanemab e donanemab (approvati dall’ente europeo EMA e quindi in teoria utilizzabili anche in Italia), capaci di agire su una delle cause biologiche della malattia riducendo l’accumulo di beta-amiloide, e non solo sui sintomi: un cambio di paradigma dopo decenni di terapie puramente sintomatiche.
Il beneficio clinico è però ancora modesto e non privo di rischi, tanto che in Italia l’AIFA non ne ha per ora autorizzato la rimborsabilità: la strada verso cure davvero risolutive è iniziata, ma è ancora lunga. Va però rapidamente sanato uno scenario da far-west che si sta concretizzando. L’approvazione di EMA permette ora l’erogazione dei farmaci in Italia; questo ha portato al risultato che solo persone molto facoltose (e disperate) se lo sono procurate a costi molto elevati in Centri privati. Una sperequazione inaccettabile in un Paese che si vanta di avere un sistema sanitario generalista.
L’Italia — attraverso il progetto Interceptor, finanziato nel 2018 da AIFA e Ministero della Salute — potrebbe, prima al mondo, dotarsi di un algoritmo predittivo in grado di identificare, con un’accuratezza superiore all’80%, il livello di rischio (elevato, medio, basso) di sviluppare una demenza nei successivi tre anni in quei soggetti definibili come affetti da Disturbo Cognitivo Lieve (Mild Cognitive Impairment o MCI), che in Italia sono circa un milione e che rappresentano il bacino da cui derivano i circa 100.000 nuovi casi di demenza su base annuale.
Come è noto, però, solo una parte (dal 30 al 50%) della popolazione MCI svilupperà demenza se seguita nel tempo, mentre i rimanenti manterranno una piena efficienza cognitiva per il resto della loro vita. Di qui l’importanza di identificare il prima possibile quelli ad alto rischio per implementare strategie di contrasto che includono l’ipotesi di rimborsabilità dei nuovi farmaci.»
Una diagnosi di Alzheimer coinvolge inevitabilmente non soltanto il paziente, ma tutta la famiglia. Quale consiglio darebbe a chi si accorge che un genitore, il proprio partner o una persona cara sta cambiando e manifesta problemi di memoria? E quale messaggio di speranza possiamo oggi dare ai pazienti e ai loro familiari?
«Il primo consiglio è non aspettare e non archiviare tutto come “colpa dell’età”: se un genitore o una persona cara cambia comportamento o mostra vuoti di memoria ripetuti, conviene accompagnarlo con delicatezza da uno specialista, senza colpevolizzarlo e senza farne un dramma davanti a lui/lei (il genere femminile è colpito circa il doppio di quello maschile).
Una diagnosi precoce, anche quando non porta a una guarigione, permette di pianificare per tempo le cure, attivare i servizi di supporto e organizzare la vita familiare con più serenità.
E il messaggio di speranza è reale: la ricerca sta avanzando su più fronti insieme, dalla prevenzione alla diagnosi precoce fino alle nuove terapie, come raramente prima d’ora; oggi si può fare molto per rallentare la malattia e preservare a lungo la qualità della vita e la dignità della persona.
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
Prof. Paolo Maria Rossini – paolomaria.rossini@sanraffaele.it
Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione IRCCS San Raffaele Roma
Curriculum vitae (https://sanraffaele.it/wp-content/uploads/2023/08/CV_Rossini-Paolo-M.pdf)
Volume: La memoria fragile. Viaggio al centro dell’Alzheimer – Mondadori



